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OSSIDIANA TIME 29
newsletter semestrale di Ossidiana Centro Culturale e di Espressione

settembre 2008
quindicesimo anno

Amleto
Marco Cavalli ci accompagnerà ad indagare l’enigma
di questa figura misteriosa e familiare

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Leggerlo o non leggerlo? Il problema è questo.
È forse più nobile soffrire nell’intimo del proprio spirito l’offesa di conoscere Amleto per sentito dire o imbracciare invece il dramma che reca il suo nome e affrontare con successo l’enigma di una figura tanto misteriosa quanto familiare?
Amleto è assai più che l’eroe eponimo di uno dei testi più longevi e colossali del canone shakespeariano. È un parente lontano cui ogni tanto andiamo a far visita, un vicino di casa che compie irregolari e risonanti apparizioni, un fenomeno naturale di luminosa e un po’ esangue bellezza che si lascia avvicinare ed esaminare a lungo ma che non rivela mai il segreto della sua radiosità innaturale. Amleto ha un’aria così di famiglia che invano frughiamo nella memoria in cerca di un tempo in cui eravamo all’oscuro della sua esistenza. Tutti noi in misura diversa abbiamo creduto di vedere il giovane principe di Danimarca aggirarsi per la reggia di Elsinore con in mano il teschio di Yorick e con impresso sul volto il pallore spettrale della devastazione interiore. In realtà non abbiamo idea di chi sia Yorick, ignoriamo dove Elsinore innalzi le sue torri irte di merli, in che epoca si svolga il dramma, perché l’erede al trono di Danimarca si mostri così riluttante a fare quel che il suo ruolo gli imporrebbe di fare. Pur all’oscuro di ciò che fa di Amleto quel che è, un personaggio insieme indecifrabile e misteriosamente accessibile, ci piace la sua presenza di fantasma attivo, solerte, impossibilitato a trovare pace.
Quale che sia la distrazione e la noncuranza che possiamo opporgli, Amleto è sempre intorno a noi, ubiquo, inconfondibile nonostante gli innumerevoli camuffamenti. Il teatro, il cinema, la letteratura, il giornalismo, la pubblicità, la moda hanno inventato modi infiniti e infinitamente sottili di interpretare la personalità del principe e di alterare il suo profilo. Amleto assorbe tutto e a tutto resiste come se ogni nuovo tentativo di penetrare la sua natura non faccia che rafforzarla. Un grande studioso di Shakespeare, il critico americano Harold Bloom, ha scritto da qualche parte che noi non possiamo capire Amleto fino in fondo perché ne siamo i discendenti. È lui semmai che potrebbe spiegare a noi chi siamo. Ed è quello che seguita a fare da oltre quattrocento anni.
Giunto alla fine del suo lungo viaggio dentro la Bibbia, Beato chi legge propone una sorta di iniziazione alla religione speciale di Amleto, personaggio centrale di un testo che è insieme una classica tragedia di vendetta elisabettiana e un dramma della noia e del protagonismo. Teatro interiore e teatro tout court, apoteosi del barocco sanguinolento e prova generale delle lacerazioni dell’anima che avrebbero trionfato nel teatro novecentesco, Amleto rappresenta un cimento per lettori di lungo corso che non temono il paradosso di vedersi interpretati.

Marco Cavalli


CORSO DI FUMETTO
Diana & Hossy


Andrea Rossetto



Così dicono gli allievi di teatro
impressioni, riflessioni, confessioni, emozioni... passioni


Sabato 19 e domenica 20 aprile 2008: presentazione degli studi finali della Scuola di Teatro Corale® di Ossidiana. Gli allievi del triennio sono saliti sul palco del Teatro Astra di Vicenza e hanno dato fondo alle proprie risorse, di gruppo e individuali, per tre “rappresentazioni” belle ed emozionanti, dimostrando una carica di determinazione ed entusiasmo pari all’impegno con cui hanno imparato le regole ed i trucchi del “mestiere” durante il training teatrale, da ottobre ad aprile, sotto la guida di Carlo Presotto, Titino Carrara, Franca Pretto e Gianni Gastaldon. Anche il pubblico ha fatto la sua parte: partecipazione numerosa e attenta, applausi abbondanti e di cuore, commenti entusiasti, sensibili e precisi hanno fatto brillare ancor di più gli occhi degli attori e confermato ai docenti l’utilità e la bellezza dell’esperienza teatrale, la validità del percorso effettuato, la portata positiva della loro stretta collaborazione, e la scelta vincente nell’utilizzare il metodo del Teatro Corale® da loro stessi creato ed elaborato.
I commenti degli allievi. poi, sono stati carichi di commozione e soddisfazione, appaganti per compagni e docenti, ma soprattutto densi di vita, di significato e di forza personali.
Ne riportiamo alcuni:


Guendalina - Primo Anno - Interprete di “Cian Bolpin e le scarpe magiche” da Il paese dove non si muore mai:
...ogni tanto tengo una specie di diario anzi di fogli sparsi e qualche giorno dopo ripensando allo spettacolo e a tutto il percorso fatto insieme mi è venuto da scrivere queste cose...
“era il primo anno che mi avvicinavo a fare teatro, altre volte avrei voluto, poi i se e i ma l’hanno fatta da padroni..., e quest’anno la prima cosa cui ho pensato è stata perchè non ho cominciato prima? Penso che un’emozione forte come quella che si vive a teatro sia assolutamente unica per ognuno... per me il teatro è stato un istante di meraviglia... si apre il sipario, è arrivato davvero quel momento tanto atteso e anche se per pochi attimi sono riuscita a sentirmi viva come poche volte, ecco il teatro mi ha fatto sentire viva, mi ha fatto sentire che avevo tutte quelle persone che aspettavano le mie parole che aspettavano me, noi e la storia che avevamo da raccontare... e poi persa la cognizione del tempo il sipario si richiude... è stato un attimo, un istante breve nei suoi 40 minuti e immenso negli stessi 40 minuti che ha racchiuso dentro mille emozioni... Alcuni la chiamano adrenalina, altri felicità... qualunque cosa sia stata è stata meravigliosa...”

Flavio – Primo anno - Interprete di “Cian Bolpin e le scarpe magiche” da Il paese dove non si muore mai:
Carissimi, per mesi avete fatto parte di me e trovarvi il giovedì sera era non solo stimolante ma anche rassicurante... Nell’intimo gioivo (troppo? allora diciamo mi rallegravo) dei progressi di ognuno, mi piaceva vedere che quasi tutti (alcuni più di altri) imparavano sempre meglio la parte, i più giovani poi mi surclassavano e anche di questo mi compiacevo perchè in loro vedo l’energia dei vent’anni, quella che ti contagia. Sinceramente non mi sono piaciuto nello spettacolo: è vero non mi sono bloccato, non ho fatto grosse cappelle (a parte ritardare il terzo colpo... ho ancora in mente che girandomi ho visto Giulia sospesa in aria che chiedeva “fammi cadere”) ma mi sono sentito statico, poco espressivo (è un mio problema ben consolidato da anni di pratica). Però vi assicuro che mi è bastato l’aver fatto quella cosa con voi, aver condiviso un pò di ansia, le battute sdrammatizzanti, la sfida, gli sguardi d’intesa, la reciproca accettazione che mi è proprio piaciuta.
Quindi scusate se prima di brindare a degli attori in erba brindo a delle belle persone, perchè questo ho visto e sentito e questo mi resterà in qualche piega dell’anima, mentre le cose di tutti i giorni hanno iniziato la rimozione delle parole faticosamente messe a memoria (però non ho ancora la demenza senile, nonostante l’età).
Vorrei ringraziare Franca, Gianni e Carlo per la passione, la pazienza, la competenza, la comprensione: in certi momenti forse li abbiamo disorientati ma hanno tenuto dritto il timone, riuscendo a portare la nostra nave (guarda, le navi!!!!... e allora su per la passerella, sotto le gambe dei marinai...) in porto.

Giulia – Primo Anno - Interprete di “Cian Bolpin e le scarpe magiche” da Il paese dove non si muore mai:
Molto spesso non riesco ad esprimere quello che sento ma grazie al teatro ora riesco a mettermi in gioco molto di più. Sono sempre stata una persona estremamente timida e questo mi ha molto ostacolato in varie occasioni. Ho voluto superarmi e mi sono iscritta al corso di teatro, che è sempre stata la mia passione principale. Mi ricordo le prime volte che ho partecipato al corso...parlavo a malapena e non sapevo come attaccare bottone con gli altri, come fare... Ora confronto la situazione di allora con quella in cui sono adesso... sono migliorata, mi metto in gioco di più, insomma... sono cambiata. E ho sentito questa sensazione crescere lezione per lezione... ho cercato di andare contro le mie paure e la mia timidezza. Durante tutto il corso ho legato e conosciuto sempre di più le persone meravigliose che avevo attorno: insegnanti e compagni. Ad ogni lezione mi sentivo veramente felice e ancora adesso lo sono, ripensando al teatro. Allo spettacolo ero tesa, stavo interpretando un personaggio completamente diverso da me, pensavo di non farcela. E invece alla fine ce l’ho fatta. Non so trovare le parole per descrivere ciò che ho provato. E non so neanche come ringraziare i fantastici insegnanti che mi hanno reso migliore non solo come “attrice” (grazie al loro metodo di insegnamento veramente valido) ma anche come persona.

Christian - Primo Anno - Interprete di “Cian Bolpin e le scarpe magiche” da Il paese dove non si muore mai:
Un grazie di cuore per la bellissima esperienza che ci avete fatto vivere in quest’ anno di corso, per la pazienza dimostrata con questo gruppo di scalmanati, per i bei momenti passati assieme, per le emozioni che ci avete fatto vivere, per quello che avete saputo trasmetterci e per tutto quello che di buono abbiamo imparato da questa esperienza che ci resterà nel cuore per tutta la vita.
Ho imparato che la recitazione è una forma di espressione che insegna molto, in primis, come voi stessi ci avete insegnato, a liberarsi di tutti quei limiti che noi stessi ci creiamo o che la società moderna impone, a lasciarsi andare, per sentirsi liberi di esprimerci come meglio crediamo con il proprio corpo, con i movimenti, con la voce, per trasmettere emozioni.
Io mi sono affacciato al mondo della recitazione buttandomi in questa esperienza proprio per questo, per cercare di togliermi tutte quelle costrizioni che ci creiamo nella vita, per sentirmi più libero, e per migliorare un po’ quell’“espressività da comodino” che ritengo di avere.
Personalmente non avrei mai pensato che il teatro potesse dare una tale scarica di adrenalina. L’emozione che si prova quando si apre il sipario e la gioia di sentirsi applaudire alla fine dello spettacolo sono sensazioni uniche e indescrivibili. E’ una lezione di vita.

Marta – Secondo Anno - Interprete de “L’isola incantata” da La tempesta di Shakespeare:
“Prima era il silenzio denso e profondo e il silenzio conteneva tutte le cose”. E in tutto quel silenzio la mia voce doveva muoversi verso il pubblico, come una bacchetta magica dava inizio all’incantesimo. E la voce mi tremava ma sapevo bene cosa fare... la musica mi ha guidata e allora li ho guardati tutti quei volti nelle prime file, li volevo rapire, li volevo portare nella nostra favola.
E’ stato lungo il viaggio della nostra nave e nelle mie parole c’era la gioia di un marinaio che dopo mesi di mare, in un mattino di nebbia vede i propri occhi riempirsi di meraviglia: -”Terra!”- volevo che lo sapessero i miei compagni di viaggio, che lo sentissero bene- “Terra! Questo palco è nostro ora!” E volevo la magia che alle prove del pomeriggio era mancata... ma poi il pubblico in sala ha fatto la propria parte, ci ha dato la giusta carica e tanta emozione.
E’ stata la più grande tempesta mai vista. Queste onde ci hanno travolto, ci hanno mostrato abissi inesplorati… hanno portato a galla racconti e sorrisi di un anno di lavoro.
E per me è stato quanto di più bello potessi sperare.
E che gruppo! Una grande ciurma, noi sì che potevamo affrontare quel mare inquieto! Tutto è filato liscio, Prospero deve aver ordinato ogni cosa con la sua magia: momenti di grande emozione si alternano a balli, sorrisi, sottili ironie. E c’è tanta leggerezza. L’emozione, la voglia di esserci, di dare il massimo, di disegnare un sorriso su quei volti che guardano increduli: il teatro è questo per me. E’ il desiderio di mettermi in gioco, di superare i miei limiti, di comunicare, di arrivare alle persone, di dare. E non perchè io sia un’attrice, ma perchè quegli attimi di palcoscenico mi riempiono il cuore di gioia.. e gli occhi di lacrime! Un pugno di emozioni, di momenti che conservo gelosamente.
Eh sì... le lacrime... stavamo per cantare la canzone finale e non ce l’ho fatta proprio a trattenerle...la tensione, la felicità, quel sentirsi vicino agli altri, alla persona che hai accanto e a quella in ultima fila, lì in fondo alla sala... tutto questo è tanto per me, per il mio piccolo cuoricino, in fondo qui sono solo Ariele, uno spirito dell’aria! Uno spirito felice, ora che scrivo della meraviglia che ha inondato la mia anima. Il teatro è fantastico, come lo sono i miei compagni e le persone che ci hanno guidato verso l’isola incantata. Grazie davvero.
E alla fine siamo arrivati in fondo. Prospero spezza la sua bacchetta e le voci del coro si levano leggere, è il nostro ultimo dono alle persone che ci hanno supportato in questo viaggio.
Queste onde di cui cantiamo portano tante emozioni, come nubi cariche d’acqua prima della pioggia. Le soffiamo sugli spettatori e la magia che tutto avvolge, rapisce e circonda ogni angolo del teatro. Acqua trasparente. E dopo aver sognato in questa atmosfera dorata, lasciamo che tutto resti sospeso nel vuoto... scompariamo dietro una nuvola di stoffa azzurra. Finisce tutto nel blu del mare, nella tempesta che prima ha distrutto e poi condotto sane e salve sino alla riva le nostre naufraghe emozioni. Il telo vola sul palco. La magia è compiuta. Applausi

Andrea – Terzo Anno - Interprete del varietà “Voglio vivere così”:
Sono passati tre anni da quando ho visto la serata di presentazione della scuola di Teatro Ossidiana, serata in cui sono venuto per curiosità, senza alcuna intenzione di iscrivermi. In quell’occasione Carlo e Titino ci hanno spiegato in cosa consisteva il corso, e Titino ci ha fatto vedere un piccolo assaggio di Strada Carrara, allora ancora in via di stesura. Che dire, quello che ho visto e sentito mi ha lasciato a bocca aperta, ed inutile dirlo, quella sera non me ne sono voluto andare prima di essermi assicurato l’iscrizione, ero entusiasta tanto da non vedere l’ora di cominciare, ed ora posso dire che non mi sbagliavo.
In questi tre anni ho visto me stesso e le persone del mio gruppo cambiare, superare se stesse ed i propri limiti, aprirsi e formare un gruppo unito come non avrei mai potuto immaginare. Già nei primi incontri è nata in me un’autentica passione per il teatro, così lontano da me stesso e dalla mia realtà quotidiana. Ma non è solo questo, di mese in mese mentre si costruivano scene e spettacoli, il gruppo cresceva ed anche i risultati artistici crescevano di livello ad ogni prova, tanto da arrivare dopo tre anni a mettere in scena uno spettacolo di varietà da presentare in più repliche, e sorpresa più grande, il pubblico gradiva, e rideva alle nostre battute! Ed a fine spettacolo, i complimenti del pubblico si sprecavano. Il frutto di tanto lavoro è stato ampliamente ricompensato, l’emozione dei primi applausi, il 20 Aprile all’Astra è un qualcosa che non si può descrivere a parole, ma va provato. La voglia e la gioia di stare sul palco, ed il forte desiderio di risalirci subito non appena è finito lo spettacolo, sono un qualcosa che non mi sarei mai aspettato da me stesso. Un gruppo di amici, così diversi uno dall’altro, ma con un affiatamento unico è un altro autentico miracolo. In questo percorso ho avuto la fortuna di avere come maestri ed amici dei grandi professionisti che non si sono fatti riserbo ad insegnarci i loro segreti, delle persone umane, incredibilmente pazienti, sempre disponibili ed umili e che ci hanno dato molto e supportato in ogni occasione. Non credo potrò mai ringraziarli abbastanza se non facendo loro sapere che ricomincerei da capo oggi stesso. Grazie di cuore.

Arianna - Terzo Anno - Interprete del varietà “Voglio vivere così”:
Carissimi,
ringrazio ancora il giorno che con tanta determinazione cercavo un corso di teatro (dopo l’ennesimo no delle accademie, ma oggi dico meglio così) che mi facesse proseguire in questa mia forte passione per il teatro ed ecco che in internet scopro Ossidiana (che fortuna!) un giorno prima del provino... mi butto nonostante non fossi molto preparata! Da quel giorno iniziarono 6 mesi fantastici e intensi!
Per prima cosa ho incontrato delle persone stupende, amici che con me hanno condiviso il gioco del teatro e mi hanno accolto con tanto affetto in un gruppo già formato: li ringrazierò a vita.
Poi ho incontrato l’esplosivo e grandioso Titino (grande attore, lo ringrazierò a vita per Strada Carrara, non dimenticherò mai le emozioni che è riuscito a regalarmi) che è riuscito a farmi amare ancora di più il teatro... Poi Carlo (l’uomo dei mille saperi) una grande persona, dolce, sempre imparziale e in grado di trasmettere grandi lezioni di teatro e di vita ...e non per ultimi perchè li considero i pionieri del tutto: Gianni e Franca!
Grazie per la disponibilità e la pazienza (scusate la mia scarsa propensione al ballo e canto! che ridere) ho imparato moltissimo da voi e non avevo mai ballato nè cantato in teatro, ma la cosa più bella è che mi sono divertita!
Grazie Ossidiana.


L'intervista a
Enrico Bonavera
Trovare il giusto equilibrio tra verità ed artificio,
tra emozione e tecnica, attraverso il divertimento

Enrico Bonavera svolge da più di due decenni la sua attività di attore di prosa. Al Piccolo Teatro di Milano, già dal 1987 al 1990 e successivamente dal 2000 ad oggi, è intreprete dei ruoli di Brighella ed Arlecchino nel grande “Servitore di due padroni” per la regia di Giorgio Strehler. Ha lavorato anche con altri Teatri Stabili, Compagnie private e Cooperative. Da quest’anno dedica competenze, esperienza e passione anche a Ossidiana, iniziando con un seminario sulle tecniche del gioco improvvisativo e le strategie drammaturgiche.

Come è nata e come si è sviluppata la tua passione per il teatro?
E per la Commedia dell’Arte?

Mio nonno (mantovano ma trasferito a Genova) scriveva commedie in lingua ed in dialetto. I miei prozii erano attori filodrammatici. Quando al Liceo mi hanno proposto di recitare mi è sembrato strano, visto che volevo fare il paleontologo, ma naturale. A parte il fatto che a nove anni scrivevo commedie per Arlecchino e Pantalone (!), quando ho cominciato a fare seriamente teatro amavo Brecht, mi appassionava Dario Fo, ma sognavo di formare un gruppo come il Living Theatre, o Grotowsky e Eugenio Barba (sperimentale insomma).
Poi un amico attore, per “tirare su un po’ di lira…” mi ha proposto uno spettacolo/didattico per le scuole nel quale io dovevo appunto fare Arlecchino. Non ero molto convinto ma mi divertivo. Poi è arrivata la maschera di Amleto Sartori e… ci sono cascato dentro. A quanto pare ci sono ancora adesso.

Cosa ti piace dell’insegnamento? Che cosa vuoi dare ai tuoi allievi, cosa ti prefiggi, che obiettivi?
La “gratuità”. E’ una sfida sensazionale aiutare un allievo a scoprire aspetti del teatro e di sé che prima non conosceva. Ed è un‘occasione di sempre nuove scoperte e di studio. Gli obbiettivi cambiano a seconda del livello degli allievi e del tempo di lavoro insieme. In generale auspico un progresso nella consapevolezza di sé. Mi piace l’idea di lasciare domande e stimoli per la continuazione di un’indagine personale.

Come procedi nei tuoi corsi? Che metodo usi?
Il metodo si adatta al livello degli allievi e al tipo di progetto. Mi piace l’idea di un percorso di cui sono la guida. E’ come condurre un’escursione. E’ per questo che mi prefiggo un “tavolo” di lavoro preciso, come è un canovaccio. Credo che questo sia motivante sia per me sia per gli allievi. E anche molto divertente. Diciamo che mi piace trasmettere strumenti, ma ancor più creare occasioni al loro uso.

Nel percorso formativo di un attore quanto è importante lo studio e la pratica della Commedia dell’Arte?
Per esperienza la Commedia dell’Arte è pericolosa nei primi anni di formazione professionale: la preoccupazione formale, l’attenzione per il “meccanismo comico”, rischiano di rendere l’allievo un po’ superficiale ed esteriore. E’ invece un’ottima scuola per addestrare l’allievo al gioco comico, alla “meccanica” del teatro. Normalmente utilizzo le tecniche tratte dalla Commedia dell’Arte, al secondo anno di una scuola (ma senza affrontare le maschere tradizionali). Al contrario è molto utile agli attori “filodrammatici’’. Dà loro precisione, strumenti di mestiere, regole di microdrammaturgia attraverso il divertimento.

In cosa ti può aiutare l’uso della maschera?
Da un lato a scoprire la propria gamma espressiva, dall’altro a dare fisicità alle battute e alle relative intenzioni, a essere consapevole del tempo/ritmo di una scena.

La voce, il corpo, l’emozione, la parola, la capacità di relazionarsi con i compagni di scena e con il pubblico... in tutto questo quanto importante è la preparazione tecnica?
Da buon genovese… la tecnica è la barca che ti permette di attraversare il mare e di incontrare persone, porti, città, ma l’emozionalità e la capacità di relazionarti sono il mare su cui navighi. La difficoltà è trovare il giusto equilibrio. Costruire un transatlantico per poi metterlo a navigare su un lago mi pare piuttosto sciocco (anche se succede spesso).

Ho visto poco tempo fa “Arlecchino servitore di due padroni” per la regia di Giorgio Strehler e sono rimasto affascinato dall’altissima componente di tempo-ritmo nelle battute e nelle “coreografie”. Che tipo di training deve fare un attore per arrivare a questo?
Beh… fare un corso con me… A parte gli scherzi credo che il lavoro con la maschera, se ben seguito da un trainer che abbia il senso del giusto equilibrio tra verità e artificio, serva proprio a questo.
D’altronde devo dire che la formazione dell’attore nel teatro contemporaneo si fonda più su un repertorio drammatico che di commedia. L’arte della commedia – più ancora che la Commedia dell’Arte – è davvero un genere in estinzione (e non mi riferisco alla farsa o al cabaret).

In genere cosa dà soddisfazione agli allievi?
Occorre chiederlo a loro… normalmente il piacere dell’ apprendimento, ma anche la scoperta di quanto il te-atro sia un gioco, di cui occorre conoscere bene le regole per potere nello stesso tempo divertire e divertirsi.

E a te come docente?
Che gli allievi non siano appagati del tutto, ma restino, come dicono i cinesi, con ancora appetito a fine pranzo.

Gianni Gastaldon