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OSSIDIANA TIME 27
newsletter semestrale di Ossidiana Centro Culturale e di Espressione

settembre 2007
quattordicesimo anno

Acquarello: la realtà trasfigurata di Giuseppe Pozzan
avere il coraggio di parlare di sé


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Vi proponiamo l’intervento che il pittore gallerista Giuseppe Pozzan ha tenuto per la neonata Associazione Veneta dell’Acquarello, a Ossidiana, dopo la poetica mostra “Acquarelli Cretesi”, presso la libreria Libravit di Vicenza. Ecco cosa ci ha raccontato:
“Mi è stato proposto di venire a questo incontro per parlare di acquarelli, di come io dipingo, del senso del mio lavoro. Quindi non voglio comunicare regole o canoni, ma quello che faccio io.
Di fronte a questo tema, “La realtà trasfigurata”, Picasso ceramista mi aiuta un po’: il maestro artigiano tira su al tornio un vaso bellissimo, perfetto, a regola d’arte, quindi lo passa al “vecchietto” seduto in fondo al tavolone, il vaso è ancora molle, fresco e Picasso lo distende e lo lavora, e in breve il vaso diventa una civetta, un pesce, etc. Non sarà più un oggetto utile e bello, ma diventerà l’espressione dell’estro creativo, sarà allegro, nuovamente bello nella sua originalità. E’ nata una nuova forma, l’oggetto è stato trasformato dalla personalità di Picasso, dentro è stata soffiata l’anima. Quindi non basta che una cosa sia armoniosa, fatta bene per essere arte, per essere una rappresentazione poetica del mondo, la propria visone della realtà che commuove ed esalta l’animo.

Per insistere su questo mi voglio riferire a tre artisti vicentini: Neri Pozza, Otello De Maria, Nerina Noro. Voglio dire, secondo me, dove il loro lavoro si trasforma, diventa comunicazione poetica, arte. Inizio con una veduta classica di Neri Pozza con campanili, chiese, case, e gli alberi fanno una cornice. La tecnica è la punta secca, tecnica difficile. Leggiamo i segni: è una rete ortogonale, trama e ordito, la percezione è di uno spazio ordinato, non travolto da linee drammatiche, passionali, tormentate. Secondo me l’ideale dell’artista è di proporci uno spazio civile, armonioso, aristocratico, classico, uno spazio in cui l’uomo può vivere bene. In questo ideale c’è la trasformazione poetica della realtà.


Veniamo a Otello De Maria, pittore e ceramista. Questo vescovo con il volto di un cane, le zampe di gallina, questo drammatico rosso e nero. La carta viene graffiata, ferita da questa rabbia, rabbia e impotenza, è una furia iconoclasta contro i simboli per lui falsi e ipocriti, come in altre sue opere, croci mescolate a svastiche. Eccola lì dove è l’arte, questa sua drammatica anarchica poetica. La realtà trasfigurata della sua anima.

Infine Nerina Noro, pittrice, poetessa, incisore, insegnante. Che bel nome Nerina, devo anticipare che amo molto quest’artista e più passano gli anni più le voglio bene. Eccola qua autoritratta ragazza, bella, femminile, occhi neri intelligenti, pensosa ha in mano la bibbia, è quasi soprapensiero, il colore della sua giovane bellezza. Sono passati dieci anni, la vita l’ha ferita, è ancora lei con un romantico negligé è ancora bella. Questa volta ha la maschera, non è di carnevale: è lei che nasconde i suoi occhi, non vuole essere ferita e ci guarda attraverso la maschera che si è costruita per nascondere la sua interiorità. Quando i turchi occuparono Bisanzio con le lance cancellarono gli occhi degli affreschi perché gli occhi sono la luce dell’anima.

Ed ora parliamo di acquarello.
Il maestro Toni Vedù scrisse qualche anno fa nel giornale di Ossidiana che l’acquarello non è una tecnica così spietata, quello che hai dipinto, che hai fatto è fatto e non si può cambiare. Credo volesse dire che secondo la tradizione l’acquarello è immediato, non si può velare più di una volta perché perde la trasparenza della carta, bisogna lasciare i bianchi, se si vedono i segni della matita diventa un disegno acquarellato, etc. Tutto questo è giusto, esiste, ma è vero che ciò che conta è il risultato finale. Piena libertà d’azione. L’acquarello per sua natura permette facili e gradevoli effetti, effimeri… ovviamente si può fare di più. Il di più è esprimere, comunicare la propria personalità, il proprio mondo interiore e quindi superare l’insignificante piacevole.
Cosa faccio io?
Cerco nel mio vissuto, nelle mie emozioni, nelle idee, nei sogni. Mai dipingo dal vero, ma lo guardo. Qualche volta faccio dei piccoli disegni di quello che ho pensato, scelgo il migliore, parto direttamente sulla carta. Quasi subito, sul foglio più grande, i rapporti studiati prima non funzionano, ma intanto sono partito, comincia la ricerca, mi tuffo nella mia “Fossa delle Marianne”. Ogni tanto sono in apnea, cresce la tensione. Non trovo niente. Intanto l’immagine visibile cambia, la tensione cresce, sono nervoso, teso. Quello che volevo fare va nella memoria, magari sarà buono per un’altra volta, chissà quando. Quasi sempre fallisco, ogni tanto raramente l’immagine affiora e quando la trovo la riconosco, era dentro di me, da invisibile ora è palese con tutta la sua emozione. Mi lascio cogliere dallo stupore dell’istante, dell’effimero, colgo l’immagine nella sua imprevista straordinaria semplice bellezza, come il fiore del cactus coglie la vita nel suo risplendere per un solo giorno. Ho trovato la realtà, l’unica realtà che c’è e che conta, tutto il resto è servito per arrivare a ciò.
Mi sono domandato a cosa serve l’arte nel mondo, se è solo un intelligente passatempo. La metto semplice, io vorrei che domani i miei nipotini guardando i miei quadri non dicessero ma guarda quanto era bravo il nonno, che bei fioretti e paesaggini faceva, ma chi era il nonno, cosa sentiva, cosa aveva dentro di sé.
Fervorino finale: credo che il mondo abbia bisogno dell’arte. L’artista persegue la bellezza, parlando di sé spiega il mondo, ci aiuta a capire la vita, cosa vale nella vita, anche oggi dove tutto sembra comune e magari triviale.
Bisogna avere il coraggio di esprimersi, di parlare di sé, di cosa si pensa, o si sogna, di cosa si sente: questo cerco io quando guardo un quadro, di chiunque sia.
A proposito di artisti, mi piacerebbe che qualcuno inventasse una preghiera, un’invocazione che sulla terra cominciassero a piovere tanti artisti, la bellezza salverà il mondo. E’ un’utopia, ma perché non crederci.

Giuseppe Pozzan


Così dicono gli allievi di teatro
impressioni, riflessioni, confessioni, emozioni... passioni

Domenica 22 aprile 2007 al teatro Astra di Vicenza si sono conclusi i corsi della Scuola di Teatro di Ossidiana. Gli allievi del primo e secondo corso hanno presentato, ad una attenta e affollata platea, gli studi di alcune commedie di Carlo Goldoni rivisitate in chiave a volte ironica, altre comica, altre ancora musicale, sempre seria, sotto la guida di Carlo Presotto, Titino Carrara, Franca Pretto e Gianni Gastaldon. Abbiamo poi raccolto le impressioni di alcuni di loro.

Giorgia (primo anno).
Il cuore batte a mille, un’energia inebriante pervade ogni muscolo. Concentrazione, radici salde a terra, ginocchia disponibili, filo teso sulla testa, un bel respiro e si apre il sipario...
Ai miei occhi si è aperto un mondo nuovo. Un’atmosfera nella quale adoravo tuffarmi ogni giovedì sera, ma che mi accompagnava tutta la settimana, animata da un gruppo di persone mosse dagli intenti più disparati, ma unite, nel loro abito bianco, dalla stessa voglia di scoprire ed inventare. Un modo di interagire con lo spazio e con gli altri, con consapevolezza, rispetto, accoglienza e forte curiosità. Un modo di pensare libero da schematismi, pregiudizi e preconcetti, estremamente attivo, critico e stimolante. Un modo di sentire che lascia fluire le emozioni, che ti accompagna verso la parte più intima e profonda del tuo essere. Un modo di muoversi, di prendere coscienza del proprio corpo, delle sue possibilità espressive, lontano da modelli e impostazioni.
Libertà. In fondo non si tratta di un mondo nuovo, ma di un modo nuovo di interpretare la realtà, di interagire con gli altri, di guardare in noi stessi.
A mente libera. E così puoi cogliere e assaporare un mondo dai mille colori e dalle mille sfumature, nel quale puoi dare libero spazio alla fantasia e all’immaginazione, nel quale puoi perderti senza timori e senza timori puoi ritrovarti.

Eva (primo anno)
Da questo corso ho imparato tantissimo. Ha aperto la mia testa e la mia anima essere davanti a tante persone e dover provare a fare cose che ti sembrano strane. Lasciarti andare e poi emozionarti, per te, per quello che trasmettono le altre persone, capire cos’e` un gruppo e che tutti sono indispensabili per la riuscita del lavoro.... di me nessuno si e` mai interessato molto, per cui se facevo qualcosa bene o male a nessuno importava, mentre ora che faccio parte di un gruppo anche quello che faccio io e` importante per la riuscita dello spettacolo....
A me questo corso ha fatto bene e anche adesso mi stimola a provare sempre, a buttarmi a giocare di piu` nella vita. Ringrazio infinitamente per tutto quello che mi è stato insegnato fino adesso, e spero di poter far parte del gruppo del secondo anno per imparare di più ed emozionarmi ancora come quando ero dietro la tenda del palco aspettando che si aprisse.

Claudio (primo anno)
Centro Culturale Ossidiana, sì l’avevo sentito nominare. Che fosse a Vicenza lo sapevo. Lo immaginavo in città, magari in centro, certo non al limitare della campagna vicentina verso Cavazzale.
Quel pomeriggio di presentazione della scuola di teatro, per me primo anno, mi guardavo e ci guardavamo intorno incuriositi per vedere chi arrivava, con chi dovevamo condividere un’esperienza nuova e particolare, ma soprattutto chi fossero i nostri “maestri” in questo cammino teatrale. Beh, li ho conosciuti in quest’anno ed ho avuto modo di apprezzarli come persone prima, le quali non rimarcano il loro ruolo, e poi come maestri di un cammino teatrale, che ti sanno accompagnare, consigliare, riprendere e che alla fine li consideri amici con i quali puoi condividere e ti senti sicuro. Cosa dire a Carlo, Gianni, Franca, Titino? Grazie!!
E i compagni di avventura? Con loro, anzi con le compagne di avventura, visto che eravamo in soli due maschi, ho condiviso l’emozione dell’impaccio per la prima conoscenza, le emozioni delle prime recite, del conoscersi sul palcoscenico, del muoversi al ritmo del proprio corpo in sintonia col gruppo. Quello che ho apprezzato di più è stata la totale accettazione di tutti verso ognuno del gruppo, se pur con età ed esperienze di vita differenti. Nel gruppo si era solo “gruppo di teatro” e ci siamo sostenuti gli uni con gli altri. E’ finito il primo anno, ci sarà il seguito al secondo: mi aspetto un’esperienza altrettanto positiva.
Grazie ai miei compagni Eleonora, Marta, Elisabetta, Sabrina, Piero, Giorgia, Silene, Margherita, Eva.

Marta (primo anno)
... Sono forse sufficienti pochi minuti sul palco per sentirne la mancanza?... Continuo a rivedere quei momenti come fossero vitali. Ero libera su quel palco, da tutto e da tutti. Da me stessa. Ed era molto bello. Forse per qualche momento sono stata un po’ più grande. Sono un po’ cresciuta. Perchè finalmente ero forte... Mi avete insegnato qualcosa di diverso dalla messa in scena. Mi avete insegnato ad ascoltare le emozioni, a catturarle, a conservarle. E’ una cosa immensa. Io non sono un’attrice, sono salita sul palco per la prima volta e per poco tempo. Ma in quegli attimi ho ritrovato quello che abbiamo vissuto tutti insieme durante quest’anno... Ed ero più sincera, vera e trasparente quando ho recitato di quanto io non sia nella vita reale. E’ paradossale: essere se stessi prendendo per gioco la forma di un personaggio, e poi passare i giorni fingendo di essere più forti di quello che si è. Allora il teatro è più reale della realtà. Almeno per un po’ ti libera dalla paura del giudizio altrui...

Andrea (secondo anno)
Cotti al punto giusto, sfiniti, ma rifiniti. Chi raccoglie le forze, chi chiede supporto alla propria memoria, chi cerca energia negli altri, chi si guarda dentro. E sorride.
La prova generale ci lascia basiti. “Il palcoscenico - così il ns. Maestro – è uno spazio di generazione, ma anche di dispersione dell’energia”. Ce ne rendiamo conto. Personalmente, me lo conferma il mal di capo, che cresce inesorabile. Tra una scena e l’altra, mi appoggio con la fronte alla sbarra di ferro incardinata sulla colonna tra le quinte e il sempre presente Matteo mi chiede se sia pronto per il lettino del medico... ma da paziente. Si alimenta un filo di sana incertezza generale: i metronomi sono titubanti, i distratti tengono duro. Poi i dialoghi in camerino, lo straparlare per calmierare la tensione. Qualche esercizio in cerchio nel prato. Raffaella decide di far massa, come un parafulmine scarica tutto a terra, Francesca coccola un cucciolo di cocker, che si è avventurato in mezzo al cerchio sul prato. Qualcuno si è defilato. L’arco si sta caricando. Prima di noi entrano in scena i piccoli maestri, tutti disciplina e entusiasmo: hanno costruito un flusso che sa di piacere-in-movimento. Quando la testa della piramide si adagia come una foglia tra le braccia dei compagni, si capisce che ci sono. Già. La densità emotiva sale. Ma adesso è quella buona. Mentre ricevono i meritati applausi, nessuno di noi riesce a trattenersi: siamo dietro le quinte e saltiamo come cavallette, balliamo seguendo la musica del loro finale. Tutti cercano gli occhi, da una parte all’altra del palcoscenico, nascosti dietro quei diaframmi neri, che ci proteggeranno ancora per pochi secondi.
Il brusìo in sala si fa silenzio. Ecco! Un’apnea alta diffusa accompagna le prime note del minuetto, trattiene i movimenti e le nostre voci timide. Poi l’introduzione del narratore Marino e l’incipit di Loretta, che è il sospiro di sollievo di tutti. E’ partita bene. In più di un’occasione dobbiamo spezzare il ritmo delle battute, perché il pubblico amico condivide e mostra di gradire. Sfarfalliamo, narcisetti. Senza indugi. Cristiano metronomo trattiene la nostra foga prima che diventi locomotiva e ci ricorda che la percezione del suono in un ambiente più ampio può ingannare. Mi capita di fare il passaggio sotto il palco, di correre tra i camerini, di risalire dalla parte opposta. Chissà cosa è successo nel frattempo? Tutto e niente. Lo vedo nelle espressioni dei piccoli maestri, che sono lì, appollaiati in pochi centimetri quadrati sulle scale e tra le quinte. Facendomi strada a fatica, tocco qualche mano e molte teste. Siamo tutti in scena. Restituisco la magia del contatto qualche istante dopo, alla prima battuta. La stanno dicendo loro. Tanto le scene corali sembravano interminabili da metabolizzare nel corso delle prove, soprattutto la domenica pomeriggio - forse anche a causa del vino che Franca ha proposto per i nostri pranzi - tanto durano un istante ora. Quando siamo tutti insieme, scottiamo: per un momento siamo attori.
Chiediamo al pubblico di occuparsi della nostra cena. Lui accetta con entusiasmo. E Titino sorride.

Francesca (secondo anno)
Due righe per raccontare un corso di teatro. riduttivo chiamarlo “corso”. Due righe per dire che ci sono persone come Titino e Carlo, che leggono i tuoi occhi e non è necessario parlare perché hanno già capito molto più di quanto tu pensi, o incontrare Franca e Gianni, i timonieri della nave che, sicuri, ti conducono lungo la rotta... Due righe per dire che è bello abbattere i muri mentali che costruiamo con tanta cura nella realtà, perché il teatro è fantasia... o no? Perché cercare di assumere caratteristiche, sentimenti, emozioni che, apparentemente, non sono parte di noi è finzione... o no? Forse è anche esplorarci dentro per andare a cercare “quelle” cose che abbiamo accuratamente riposto in un angolino ben nascosto della nostra personalità e che non amiamo mostrare. Per poi prendersi in giro fino a riderne di gusto! Spiegare in due righe che teatro è accorgersi degli altri, rispettare i loro tempi, uscire per un attimo dal nostro recinto e bussare con discrezione a quello dei tuoi compagni, per cercare una strada comune da percorrere e provare a superare insieme gli ostacoli, le incomprensioni. E riderne ancora di gusto! Raccontare in due righe come sia possibile condividere tutto quel tempo con delle persone mai viste, con vite così diverse dalla tua, così diversi da te. Per poi scoprire che non ti sei mai sentito così “vicino” a degli “estranei”, e che li ricorderai con affetto per tutta la vita! Essere in cima a un palcoscenico, per raccontare quella parte di te che di solito non si vede è come una dichiarazione: “eccomi, sono qui: io sono anche questo!”. Ma è anche essere lì per qualcuno, e portarlo dentro la storia che gli vuoi raccontare. Infine è scoprire, casualmente, che le “coincidenze” esistono e forse non sono nemmeno così casuali, venendo a sapere che la persona che ha provato quella parte così a lungo con te non è altro che la figlia degli amici dei tuoi genitori che non si sentono da trent’anni e che qualcosa, in fondo,... era già segnato!

Matteo (secondo anno)
Ecco il copione. L’abbiamo letto. Ed ora parliamone! Non si può certo dire che questo secondo anno della Scuola di Teatro non sia stato pragmatico. A partire da impressioni e idee sul testo “L’avventuriere onorato” di Carlo Goldoni abbiamo intrapreso un viaggio alla scoperta di caratteri, peculiarità, difetti e pregi dei personaggi, guidati dall’esperienza di Carlo e Titino ci siamo avventurati nella lettura del copione, cercando di cogliere quello che Il Goldoni voleva “far cogliere” allo spettatore senza tralasciare ciò che vi leggevamo noi. E’ stato un lavoro faticoso, concettualmente e soprattutto fisicamente, che ha spinto tutti noi a mettersi in gioco e prima ancora in discussione, per “trovare” quel personaggio che avevamo il compito di rappresentare. Allora è stato bello vedere persone che rompevano gli schemi della propria persona e diventavano chi un conte ipocondriaco, chi un avido marchese o un signorotto moralista, chi una “femme fatal” e chi invece dimezzava il proprio “io” per interpretare un ruolo in coppia. Il percorso formativo ci ha portati a scoprire l’importanza e la bellezza celata nel ritmo corporeo, di gruppo e personale, quel “ritmo! ritmo! Lo spettacolo deve durare la metà!” che più di tutte le parole e gli insegnamenti rimarrà impresso nella nostra memoria ci ha portato a costruire e realizzare una messa in scena sofisticata e coraggiosa. E per il prossimo anno sembra dovremo aspettarci grandi cose... staremo a vedere, o meglio, a provare!


Guerra e Pace
Il romanzo a cui Lev Tolstoj dedicò le sue energie migliori


Richiesto da un gazzettino di allora di esprimere un suo giudizio di autore su Guerra e pace, il voluminoso capolavoro da lui scritto tra il 1863 e il 1869 e pubblicato nel 1878, pare che il conte Lev Tolstoj, con la franchezza e i modi spicci che lo caratterizzavano, abbia dato questa risposta: “Credo che sia qualcosa di grande almeno quanto l’Iliade”. Oggi è relativamente facile credergli sulla parola, vuoi perché la fama e l’autorevolezza di Tolstoj sono un fatto assodato che sarebbe assurdo contestare, vuoi perché associarsi all’approvazione plebiscitaria e indiscriminata di Guerra e pace aiuta a tacitare il rimorso di non averlo mai letto, o mai fino in fondo. Se concordare sull’ovvio è un’operazione che mette al riparo da imbarazzi e sorprese sgradite, non ne riserva però alcuna di gradita e allettante. Tra le molte allettanti sorprese che la lettura di Guerra e pace riserva, c’è la scoperta che la sua bellezza non è in fin dei conti così ovvia, così arrotondabile e disposta a farsi piccola per entrare nelle tasche dei lettori. Non esiste un Guerra e Pace formato paperback, né in senso tipografico né in qualunque altro senso.
Il romanzo al quale Tolstoj dedicò le sue energie migliori esige le migliori energie del lettore, una partecipazione emotiva e intellettuale incondizionata, una specie di coinvolgimento illimitato di tutte le facoltà animali e razionali. Non si tratta di una richiesta educata; come tutti i grandi romanzieri, Tolstoj non si accontenta di interpellare il lettore: gli dà un ordine e si aspetta di essere ubbidito all’istante. Possedere il suo libro significa accettare di farsi possedere da esso, assecondarne il flusso, i ritmi di alta e bassa marea, la statura disuguale dei personaggi, la vastità degli orizzonti di tempo e di spazio, il susseguirsi al loro interno delle generazioni, l’ingrandimento e il rimpicciolimento delle prospettive, la loro inversione imprevista, imprevedibile.
Forte dell’audacia o forse della sconsideratezza di chi ha solcato l’oceano dell’Ulisse di James Joyce uscendone indenne e piacevolmente ebbro, Beato chi legge propone ai suoi iscritti un nuovo corpo a corpo con un classico della letteratura dell’Ottocento, uno di quei romanzi totali dai quali, una volta presa la decisione di entrarvi, si esce con un apparato sensitivo completamente alterato e rinnovato. Guerra e pace sostituisce impercettibilmente con nuove regole le regole apprese di successione dei fatti; modifica la capacità stessa di concepire la possibilità di un fatto. E i Bolkonskij e i Rostov irradiano una vitalità infinitamente superiore a quella che pretendono da noi lettori per risaltare sulla pagina.
Statene certi: dopo aver letto Guerra e pace, non vi darete pace di non aver fatto guerra a tutto quanto vi ha impedito di conoscere prima questo capolavoro di Tolstoj.
Marco Cavalli


L'intervista a
Titino Carrara
La più bella cosa del Teatro è la dimensione della verità

Titino Carrara, l’ultimo della più che centenaria famiglia di teatro I Carrara. Figlio d’arte, nato sul palcoscenico, attore, regista ora anche scrittore di testi teatrali, uomo di punta della compagnia teatrale La Piccionaia, da qualche anno è docente della Scuola di Teatro di Ossidiana. Con piacere pubblichiamo questa chiacchierata.

Che significa per te fare teatro?
Che ti devo rispondere, Gianni?
Essendo “l’ultimo della pluricentenaria stirpe ecc…” ed avendo i neuroni un po’ in crisi mi viene difficile…
… È difficile sapere dove finisce davvero il confine fra un lavoro così totalizzante e la tua vita. Quando lo pratichi quotidianamente, diventa vampiro, ti assorbe le energie, richiede tutta la concentrazione, non ti molla mai!… Alle volte, quando sei sotto pressione, non ti molla neppure di notte: quando ti risvegli sudaticcio dall’incubo in cui ti trovavi, un attimo prima, sopra ad un palcoscenico, di fronte a un pubblico con uno spettacolo che neppure sapevi di che parlava, che cosa volevano da te, che non sapevi nulla, che dovevi districarti a trovare la via di uscita ad una situazione che ti avrebbe altrimenti fatto fare la classica figura di merda!
Che significa?!... starci dentro, viverlo, usarlo, osservarlo… e comportarti di conseguenza. Non dimenticando che la vita del personaggio che giochi in scena è pur sempre una parte del personaggio che sei.

Quale il tuo percorso artistico?
Ci abbiamo fatto uno spettacolo sull’argomento. Laura Curino mi ha spinto a raccontare la storia che si snoda parallela a quella di un “Piccolo Carro di Tespi”: un Teatro Mobile che veniva smontato e rimontato sulle piazze dei paesi che lo ospitavano. Dove venivano rappresentati ogni sera spettacoli diversi… 50, 60 spettacoli diversi, pensa: uno diverso al giorno… bella bottega non ti pare? Oggi non si può più. Era un teatro che traeva le motivazioni artistiche dalla necessità.
Il “fischio Comico” (che oggi nessuno più conosce) era un simbolo oltre che il richiamo per tutta la categoria, dai grandi ai piccoli attori, e ce n’erano!... e sai che significava?... MISERIA!
Ottima motivazione per andare incontro alle necessità del pubblico.

Cosa insegni ai tuoi allievi?
A guardare, a osservare, a giocare insieme alle persone con cui condividi il palcoscenico. Che il risultato sia una pasta omogenea, una musica intonata, un flusso unico… come un’onda: come fa l’acqua a mettere d’accordo tutte le particelle che la compongono per fare un’onda?
Se pensiamo a un’onda come sensazioni, umori, colori che fluttuano dal palcoscenico… (non dico emozioni perché lo dicono in troppi) prova a pensare a quanta forza con cui carezzare, lambire o investire un pubblico.
Per farlo ci vuole la forza di ognuno.

Che cosa vuoi dare ai tuoi allievi?
Senso della responsabilità, del dovere e del rispetto ad un luogo dove ci sono regole, principi; dove non “ci si mostra”, ma ci si confronta, ci si guarda in faccia e non si finge. La più bella cosa del Teatro è la dimensione della verità: sai quanto bisogna esserle al di sopra per farla sembrare VERA? Ed ognuno è una porzione del risultato, al di là della lunghezza della propria parte. “Non esistono piccole parti, esistono solo piccoli attori”.

E che strumenti, che metodo usi?
Masi, mio padre, ha imparato da suo zio Alfonso, grande maestro di recitazione. Lo ricorda sempre intento a rileggere i classici che amava moltissimo: “Ma zio che fate studiate ancora?... se sapete tutto a memoria?” … e lo zio Alfonso: “Non studio, guardo, perché in mezzo alle righe c’è sempre qualcosa di nuovo.”
Gli strumenti, il metodo si configurano ogni volta che un gruppo di persone si incontrano e danno vita ad un progetto. Anch’io osservo, guardo, cerco “in mezzo alle righe” per scoprire cosa c’è di nuovo in ogni allievo, in modo da aiutarlo a fiutare pregi e difetti delle proprie capacità espressive: guardando dentro e fuori di sé.
Un modello unico non esiste. “Si fa così!.. come faccio io.” Ho sentito dire spesso. Non è che i modelli non esistano ma non bisogna copiare. Bisogna appropriarsene facendo in modo che diventino nostri, altrimenti rischieremo sempre di essere copie sbiadite dell’originale. Bisogna sintonizzarsi con ogni individuo, è faticoso, ma per ognuno esiste una seppur piccola differenza, vale la pena di scoprirla.

Cosa dà soddisfazione agli allievi?
Bisognerebbe domandarlo a loro… però sono certo che (una volta passata la paura) il brivido che provano quando si trovano di fronte un pubblico sia la soddisfazione più grande.

E a te come docente?
Vedere il gruppo crescere in autonomia e responsabilità, muoversi come un tutto unico. Se questo non avviene, anche in minima parte, significa che qualcosa non ha funzionato.

Perché secondo te c’è grande partecipazione ai corsi di teatro?
Il mio analista diceva che se non fossi stato attore sarei stato un bel delinquente… che ci siano molti delinquenti bisognosi di redenzione?

Cosa è necessario per diventare un bravo attore?
Fiducia in sé, nei propri mezzi, testa, coscienza di ciò che si fa: non basta che qualcuno te lo spieghi: il salto lo puoi fare solo tu… e non è detto che a tutti sia concesso… a volte, per citare il Maestro Carmelo Bene: “… tu hai bisogno del teatro !...ma il Teatro non ha bisogno di te!” … alle volte, per il bene del teatro meglio sarebbe fare dell’altro.

E’ importante la tecnica? E poi?
Dipende. Ci sono ruoli in cui la tecnica è fondamentale. Le Maschere di Commedia dell’Arte, per esempio: avere una maschera sul volto spesso porta a risultati imbarazzanti se non la conosci, la tecnica. Conoscere le espressività di una Maschera e le potenzialità che muove sarebbe interessante per tutti. Attenti però che poi ci vogliono le condizioni per prenderne le distanze e usare la tecnica a ragione.

Cosa ti appassiona come attore? E come regista?
Giocare: cosa c’è di più bello. Lasciarti andare, sognare, essere, e non “esserci”. Quando “sei” funziona, ma se “ci sei” vuol dire che ci fai, e così non va.

Cosa ti ha appassionato di più? E quali le maggiori difficoltà?
Stare solo in scena davanti al pubblico è una bellissima esperienza, quando la scopri fai fatica a farne a meno. Hai la responsabilità totale di ciò che avviene, in bene e in male.
Difficoltà? Condividere la scena con persone che hanno continuamente bisogno di motivazioni. Il Teatro va agito pensando sempre ad un risultato comune, se non hai uno sguardo aperto è dura.

Progetti e impegni attuali e futuri?
Un “Innamorati” di Goldoni, come attore, per l’ennesimo Teatro di anniversario; come regista, “Galeas per montes”: uno spettacolo con Laura Curino come interprete e le musiche di Calicanto; altra regia a “quattro mani” con Carlo Presotto per una coproduzione veneziana e le “Favole al telefono” di Rodari per i ragazzi delle scuole elementari (grande pubblico!), ed il mio “Strada Carrara” con la regia di Laura Curino, che verrà distribuito da questa estate.
Seminari, scrittura testi, distribuzione, progetti speciali, riprese, collaborazioni, e… la Scuola di Ossidiana. C’è da fare, c’è da fare.
Gianni Gastaldon