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OSSIDIANA TIME 26
newsletter semestrale di Ossidiana Centro Culturale e di Espressione

dicembre 2006
tredicesimo anno



Bentornato Ulisse
Conoscere il romanzo di James Joyce che tutti vorrebbero aver letto,
ma nessuno osa nemmeno sfogliare

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Tira aria grama per l’Ulisse di James Joyce. Giunto in Italia col solito ritardo ferroviario con il quale le novità letterarie che contano varcano la nostra frontiera, cioè dopo che mezzo mondo ne aveva proclamata la grandezza, il romanzone di Joyce è sfilato in passerella e si è dondolato appeso al trapezio per la goduria soprattutto di studiosi e accademici e poeti laureati. Negli anni Sessanta ne sono stati tratti studi critici, parodie teatrali, riduzioni radiofoniche, balletti, opere musicali, strisce a fumetti. Umberto Eco ci ha scritto sopra un libro - forse persino più di uno. Infine è subentrata la sazietà; i critici hanno scoperto Finnegan’s Wake e ci si sono buttati sopra come cani sull’osso. A paragone di quel work in progress (espressione introdotta proprio allora) esorbitante e sulla soglia della logomachia, l’Ulisse faceva la figura di una filastrocca per bambini. Caduto in prescrizione, il bel romanzo dell’irlandese naturalizzato triestino è rimasto a ballare il ballo del mattone fino a oggi. Adesso lo si studia all’università – e quando di un romanzo si dice che è oggetto di volonterose tesi di laurea e di dottorato, si può star certi della sua eclissi permanente dall’orizzonte di interessi e curiosità del lettore ordinario – ovvero non ordinario di alcuna cattedra.
E se, a sorpresa, fosse possibile rileggere l’Ulisse? Se fosse possibile, e diciamo anche liberatorio, leggerlo da sé e per la prima volta, a mente sgombra da soggezioni e inibizioni e paludamenti scolastici, senza aspettare la spinta di revival culturalistici, con la serenità di chi non ha bisogno di affatturare pretesti? Un libro come l’Ulisse è qualcosa di più di una reliquia da venerare incondizionatamente e qualcosa di meno di una sfida lanciata con protervia al lettore con il proposito di mettere a dura prova la sua pazienza. Ulisse è un romanzo, qualifica che conserva i suoi allettamenti e le sue attrattive persino quando si accompagna alla nomea intimidatoria di classico moderno. In quanto romanzo, Ulisse appartiene a chi lo legge ed è in gran parte il risultato dell’esperienza che si riesce a fare di esso.
Ciclopico riassunto di una civiltà e di una cultura secolari camuffato da cronaca sbadata, marginale, di un episodio di vita tra i più banali e inappariscenti, il capolavoro di Joyce ha ancora tutte le carte in regola per ammaliarci con il suo canto di sirena. Ci offre lo spettacolo della quotidianità immemore e insieme il presentimento di quel che le sta dietro nel tempo e intorno nello spazio. Lasciandoci liberi di graduare la nostra lente, ci permette di rimpicciolire lo sguaiato Leopold Bloom mentre passeggia un po’ vacillante e di focalizzare le strade di Dublino scorgendo in esse la mappa di un continente, il tragitto di un viaggio immane, interminabile, in cui è coinvolta l’umanità che è stata, che c’è e che sarà.
Beato chi legge, com’è sua consuetudine, invita tutti a proseguire questo viaggio nel migliore dei modi che si conosca: incominciandolo.
Marco Cavalli


Scoprire il mondo disegnando
Due nuove monografie a Ossidiana


L’evoluzione del disegno è legata intimamente all’evoluzione della visione. “Imparare a disegnare è in realtà imparare a vedere, a vedere nel modo giusto, che è molto più che guardare semplicemente con gli occhi.” (Kimon Nicolaides)
È lo sviluppo interiore di una rappresentazione mentale del mondo che ha reso l’uomo libero dalla ‘tirannia dei riflessi’ e che gli ha permesso di differenziarsi da altre specie viventi. La liberazione dalla schiavitù di ciò che sta ‘là fuori’ è frutto anche del disegno. Se ci pensiamo, i processi implicati nella configurazione della realtà visiva sono gli stessi utilizzati per disegnare, e anche il procedimento con cui realizziamo un disegno su un foglio, è molto simile al modo in cui i nostri sistemi percettivi e le nostre funzioni cerebrali organizzano la realtà nella mente. Tale è il loro rapporto che diventa difficile determinare se l’uomo abbia prima imparato a vedere e poi a disegnare, oppure se abbia imparato a vedere e a discernere disegnando.
“È per vedere più chiaramente, per vedere ancor più in profondo, ancor più intensamente, ed essere quindi pienamente consapevole e vivo, che disegno ciò che i cinesi chiamano le diecimila cose che ci circondano. Il disegno è la disciplina per mezzo della quale riscopro costantemente il mondo. Ho imparato che le cose che non ho disegnato non le ho mai viste veramente, e che, quando mi metto a disegnare una cosa qualsiasi, essa mi si rivela straordinaria, un puro miracolo.” (Frederick Franck)
E proprio per approfondire il vedere delle ‘cose’ di questo brulicante mondo fenomenico, Ossidiana dedica al disegno due monografie sui temi “Mani e piedi” ed “Elogio dell’ombra”. Entrambi i corsi saranno concentrati in tre giornate del fine settimana, per offrire una maggior continuità, concentrazione e assorbimento nel tema.
Nel primo corso, disegneremo ‘togliendoci le scarpe’:“Questa esperienza ci parla di una intimità che ha per base i piedi… il luogo di contatto tra l’uomo e la terra, punto di partenza per la sua verticalizzazione, elevazione e ascensione”. (Evaristo Eduardo de Miranda, ‘Corpo. Territorio del Sacro’; Ancora, Milano, 2002).
Proseguiremo con lo studio delle mani per riscoprire che esiste una conoscenza del toccare. Come gli occhi, esse sono il prolungamento dei due emisferi cerebrali, e allo stesso modo, sono il prolungamento del ‘soffio vitale’ dei polmoni. Nei nostri disegni si vede che ci scordiamo delle mani e dei piedi, li nascondiamo, li facciamo piccoli e li trattiamo come fossero oggetti vuoti e inanimati. Iniziando a conoscerne le proporzioni, le armonie, i volumi, potremo aprirci al loro straordinario linguaggio espressivo, affettivo e spirituale.
In “Elogio dell’ombra” ci addentreremo nella rappresentazione del chiaroscuro, analizzando il sottile rapporto tra visione, luce, ombra e forma. Nella realtà che percepiamo non esistono contorni, i volumi affiorano delicatamente tra infinite vibrazioni tonali. Le ombre sono vive e meritano tutta l’attenzione che riserviamo al disegno preparatorio. Anche se impalpabili e ingannatrici sono un tutt’uno con le cose.
Il disegno accompagna l’uomo fin dagli albori della sua origine e ancora oggi, ci stupiamo della magia con cui pochi segni riescono ad evocare e ad imprigionare l’essenza di oggetti, spazi e persone. In fin dei conti, quando disegniamo è come se ripercorressimo la storia della nostra evoluzione.
Marco Benetti


L'intervista a
Paolo Zanasco
Immaginare prima di scattare...
coniugare conoscenze tecniche e ispirazione


Fotografo e informatico di lunga esperienza, da alcuni anni concilia l’attività dei suoi due emisferi cerebrali anche nei frequentatissimi corsi di Fotografia e di Photoshop a Ossidiana.

Domanda di rito: come si è sviluppata la tua passione per la fotografia?
Mi fai venire in mente la camera dei miei genitori, l’armadio e il cassetto con dentro un’Agfa Gevaert a soffietto, formato 6x6, tutta nera e cromata, con la custodia in cuoio. Il rumore soffice dell’apertura dell’anta con l’obiettivo, il ronzio dello scatto dell’otturatore... Un giocattolo proibito per un bambino, ma poi è stato con quella macchina, oggi tra antiquariato e modernariato, che cominciai a scattare foto. E per qualche anno solo in bianco e nero.

Cosa ti piace dell’insegnamento?
Ci si deve mettere in gioco continuamente, trovando spunti ogni volta diversi per interessare chi ti sta di fronte e magari risolvere in breve problemi spesso legati a tematiche lavorative. La tecnica ha un peso notevole nei corsi di fotografia digitale e computergrafica, e dato che soprattutto per quest’ultima ci sono aggiornamenti continui, c’è sempre la necessità di mantenersi preparati. Non si smette mai di imparare!

Oltre alla tecnica, si può trasmettere ad un allievo il piacere della fotografia?
Non ho mai avuto bisogno di sollecitare in nessuno il piacere per la fotografia: in tutti ho sempre trovato grandissimo interesse e voglia di conoscere. Bisognerebbe forse parlare di creatività… una parola difficile da gestire, per-ché spesso viene usata a sproposito, e la creatività non la si vende un tanto al chilo… Al massimo si possono dare dei suggerimenti e qualche metodo. Chi ha cominciato a usare le reflex digitali, ora parla più di inquadrature, tagli, di funzione della luce che di soli megapixel. Era ora! Ecco spiegata anche la ragione dei prossimi corsi monografici su inquadrature e tagli e sul movimento.

C’è un notevole interesse a imparare a fotografare, perché?
Si sono aggiunti nuovi adepti alla fotografia, con l’avvento del digitale: erano persone che mai prima avevano preso in mano una macchina fotografica. Se poi pensi che la fotografia digitale non si esaurisce con il solo maneggiare una fotocamera, ma che continua proprio con l’uso del computer, il motivo è facile da trovare. Solo che poi cominciano i guai. All’inizio tutto sembra semplice: ma poi le foto sono sfuocate, i colori delle stampe non sono gli stessi del monitor, usare Photoshop fa venire il mal di testa…

E cos’è la fotografia per te?
Sollecito sempre i partecipanti ai corsi a chiedersi a che serve quello che stanno fotografando e il modo in cui lo stanno inquadrando. Non penso siano domande peregrine. Mi dirai che forse soffro di eccessivo “funzionalismo”. Nel lavoro però si impara prima a pensare, poi a scattare. Si gira, attorno al soggetto per vederne i lati migliori, sia per il ritratto di una bella donna, che per la foto di un tavolo da far finire su Internet a 200x150 pixel. La fotografia digitale ha sicuramente abbassato il costo per singolo scatto, ma ha anche portato a una bulimia di immagini che sarebbe meglio curare. Immaginare, prima di scattare: non mi stanco di ripeterlo. E la fotografia, se poi abbinata all’informatica, è mettere in moto velocemente l’immaginazione.

Così con il digitale addio a pellicole, ingranditori, ecc?
Lo zoccolo duro degli utilizzatori della fotografia analogica, resisterà ancora per molto tempo, ne sono certo, ma si assottiglierà sempre più. E’ che oggi l’intera catena di produzione immagini lavora con mezzi informatici. Magari chi era abituato prima a usare diapositive e quindi a vedere immagini proiettate, ha fatto meno fatica ad adattarsi al nuovo modo di vedere, offerto dall’informatica. Chi invece vedeva le proprie foto stampate o se le stampava in proprio, penso al bianco e nero, credo consideri la foto digitale quanto di più gelido possa esistere. Posso capirlo: le mani negli acidi di sviluppo e fissaggio le ho messe anch’io.

Sei uno della “vecchia scuola”?
Sì, devo ammetterlo. Solo che non sono rimasto fermo a vaschette e ingranditore. Sia per lavoro che per interesse personale ho sviluppato, oltre alla fotografia, competenze in programmi di fotoritocco, impaginazione, presentazione, creazione siti e animazione e altro. Sono tutte conoscenze necessarie per una buona offerta agli allievi dei corsi: le loro domande sono le più varie e complesse. Ovviamente sono gradite risposte adeguate.

Allora meglio un corso di foto digitale o uno di Photoshop?
Più di qualcuno dei partecipanti a corsi di fotografia digitale ha successivamente frequentato il corso di Photoshop. Anche se a Gianni Berengo Gardin, il fotografo di Venezia per antonomasia, non piace chi usa Photoshop bisogna pur dire che cercare di correggere una foto mal riuscita non è peccato. Gli ipercritici chiuderanno un occhio. Comunque una brutta foto resta brutta anche se fai magie con Photoshop: meglio fare attenzione cinque minuti di più in ripresa, che perdere ore di correzione davanti ad un monitor.

Le tue lezioni sono molto frequentate. Cosa dovrebbe essere in grado di fare un corsista dopo un corso?
Per favorire la comprensione, adatto ogni volta la scaletta dei programmi alle competenze medie degli allievi. Faccio mio un detto cinese: “L’esercito marcia con il passo del soldato più debole”. Spero che chi fotografa, avrà avuto lo stimolo a mantenere sangue freddo davanti a tutti quei bottoncini misteriosi e chi usa Photoshop migliorerà almeno i rapporti famigliari sapendo come togliere qualche ruga alla suocera. Troppo poco? Photoshop è diventato un programma monstre: sapere quali sono le funzioni principali tra oltre 600 comandi credo sia un buon punto di partenza per conoscerne almeno l’80% della “filosofia”. Aggiungici il resto in ispirazione ed avrai un eccellente apprendista stregone.
Gianni Gastaldon