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OSSIDIANA TIME 23
newsletter semestrale di Ossidiana Centro Culturale e di Espressione

settembre 2005
dodicesimo anno



La difficoltà di essere semplici
Una nuova avventura a Ossidiana dedicata all’arte segreta dell’attore


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La difficile arte di essere semplici a teatro passa necessariamente attraverso una rigorosa disciplina del cor-po, del pensiero e dell’emozione. Non ci sono scorciatoie, non c’è né talento né sacro fuoco che non vada quotidianamente rimesso in discussione dall’incontro con lo spettatore, da una relazione appassionante e faticosa. Ma allora perché spendiamo così tante energie per la nostra arte, si chiedeva un maestro. Per narcisismo, esibizionismo, voglia di affermarci? Non basta.
Chi sceglie questa disciplina, come molte altre, lo fa soprattutto perché attraverso questa strada persegue il desiderio di costruire se stesso, di mettersi in moto intorno ad un punto di equilibrio condividendone il continuo movimento.
Lungo questo percorso tra i molti compagni di strada che si incontrano nascono affinità, legami sotterranei, scorrono saperi ed idee.
Così nasce quest’anno una nuova avventura, una nuova fase di una lunga storia di stima reciproca e di esplorazione comune del territorio dell’espressività.
Appena arrivato a Vicenza da Milano nel 1979, capitai in una riunione di diversi gruppi teatrali e musicali. Si progettava di realizzare un “happening” in Piazza dei Signori. Uno spettacolo che raccontava la storia dell’edificazione di Ponte Pusterla da parte dei Vicentini sconfitti, e vedeva l’intersezione di musiche, drammaturgie, azioni fisiche, con una marea di attori, forse un centinaio.
E, tra tanti, c’erano anche Franca Pretto e Gianni Gastaldon, ora instancabili animatori di Ossidiana. Anche se ne è passata di acqua sotto i ponti, ancora ci accomuna l’idea che l’arte, il sapere, l’espressione, non sia-no funzioni riservate ai “professionisti”, ma che debbano invece invadere pacificamente la vita normale, tracimare dai contenitori ufficiali per contagiare piccoli e grandi e creare così un mondo in cui vivere sia più “bello”.
Ed eccoci qui, insieme, a proporre un corso dedicato all’arte segreta dell’attore.
La via scelta è quella della seta, da Venezia al Cataio, passando attraverso i porti del mediterraneo, risalendo verso il lago di Van e Samarcanda, oltrepassando i deserti e le steppe per incontrare il grande Kublai Kahn (quel fiol d’un can, come dice un nostro poeta) e narrargli le mille città invisibili e la linea dell’arco.
Guide in questo percorso saranno Marco Polo ed Italo Calvino, Hugo Pratt, Sun Tzu e Lao Tze, ed infinite possibili altre, come infiniti sono i fili d’erba della steppa su cui corre il cavallo.
Le tappe del lavoro partiranno dall’allenamento del corpo a fare e ad ascoltare, per attraversare l’esperienza dell’incontro tra le persone nel cerchio del lavoro comune, e giungere al confine dell’ignoto, ad esplorare l’insanabile confine tra attore e spettatore.
Il corso si articolerà in due grandi arcate, la prima dedicata alla messa a punto di un linguaggio comune del gruppo, attraverso l’esplorazione di diversi stili e tecniche teatrali, la seconda dedicata all’approfondimento di una di queste.
Il programma si articolerà secondo la preparazione dei partecipanti, costruendo insieme ad ognuno di loro singolarmente, ed insieme al gruppo nel suo complesso, un viaggio fatto di sorprese e conferme. Un laboratorio umile come quello dell’artigiano che impara a costruire secondo la tradizione, e rigoroso come quello dello scienziato che inventa esplorando i confini della conoscenza.
All’interno del corso sono previsti due momenti di incontro con lo sguardo dello spettatore, a metà ed a fine percorso. Si tratta né più né meno che di due incontri del lavoro, importanti come ciascuno degli altri che li precedono e li seguono. Il teatro è un processo fatto di diverse fasi, nessuna delle quali può essere isolata né collocata in un ordine di priorità rispetto alle altre. Il corso indaga l’evento teatrale nel suo complesso, cercando di fornire ai partecipanti strumenti e consapevolezza per attraversarne le diverse fasi.
Tutta l’esperienza raccolta in questi anni di palcoscenico, tutto ciò che gli incontri con i maestri hanno impresso nel mio stile, tutte le occasioni in cui per trasmettere ad altri la mia arte ho dovuto rimetterla in discussione, costituiscono il bagaglio con cui affronto una nuova avvincente avventura, curioso di conoscere chi vorrà condividerla.
Carlo Presotto


Racconti d’Arte

I sei temi scelti per questo ciclo di lezioni sono accomunati dal fascino della seduzione, dello stupore e della meraviglia. Parleremo dell’astrologia, uno dei pilastri portanti della cultura medievale e motivo di fortuna iconografica anche nel rinascimento, e delle Wunderkammern, o camere delle meraviglie, nate come collezioni private nelle corti europee e antesignane dei moderni musei; ci faremo guidare in spazi intimi, come gli studioli, i camerini, i giardini segreti, ambiti del sapere o teatrini dei corteggiamenti amorosi; in altri casi approfondiremo alcune categorie estetiche come l’antirinascimento e il grottesco, con un taglio originale, colto e divertente allo stesso tempo; vedremo alcune delle infinite varianti in cui sono state declinate le più famose favole della mitologia classica e della letteratura moderna.
La novità per questo corso è costituita dalle quattro gite domenicali, opportunamente distribuite nel tempo, complementari e integrate alle lezioni serali. Gite accompagnate e quindi raccontate, comunque facoltative (si può scegliere di partecipare a tutte o di seguirne solo alcune), che costituiranno l’occasione per visitare edifici straordinari o mostre importanti (quella su Erotismo e Mitologia a Firenze, ad esempio). Così chi si interessa di arte e astrologia, oltre agli affreschi di Schifanoia a Ferrara, troverà a Padova, forse con qualche sorpresa, il più importante ciclo astrologico medioevale europeo. Per le favole e le Metamorfosi, per i giardini segreti e gli spazi della cultura umanistica, la gita a Mantova e a Sabbioneta permetterà di accostare al noto Palazzo del Te le decorazioni sorprendenti della Piccola Atene gonzaghesca. Per le grottesche visiteremo gli splendidi cicli allegorici gelosamente custoditi nelle rocche della provincia di Parma. Infine, come esempio illustre di studiolo principesco e come raccolta più importante in ambito italiano sul genere della Wunderkammer, visiteremo lo Studiolo di Francesco I in Palazzo Vecchio e il Museo degli Argenti di Palazzo Pitti a Firenze.
Marco Maule


CASANOVA
Le molte anime di uno scrittore italiano che è stato molto di più di uno svenevole tombeur de femmes.

A differenza dei molti mistagoghi delle lettere che riducono la vita di Giacomo Casanova (1725-1798)al computo delle prede femminili finite nel suo carniere, e contro la pletora degli insigni cattedratici che si sono occupati del cavaliere di Seingalt per il gusto di deplorarne a gran voce la mancanza di approfondimento religioso e di preoccupazioni morali, "Beato chi legge" sceglie quest'anno di stupire il suo pubblico di lettori offrendogli la possibilità di conoscere Giacomo Casanova lo scrittore.
Sì, perché Casanova, per chi non lo sapesse, è il più grande romanziere italiano del XVIII secolo. La sua monumentale (3500 pagine) e godibilissima Storia della mia vita possiede, assieme ai tratti esteriori del libro di memorie, tutte le qualità le attrattive del romanzo moderno. In essa, Casanova racconta i suoi frenetici andirivieni da una capitale all’altra dell’Europa settecentesca, e lo fa attraverso il prisma policromo della maschera che più gli è congeniale: quella dell’avventuriero.
Ora, che cos’è un avventuriero se non un virtuoso della finzione, uno che è capace di fare, alla grande e senza lamentarsi, quello che gli altri sono condannati per tutta la vita a essere, stentatamente e tra mille rimpianti e ripensamenti? I misteri del mimetismo di Casanova hanno sempre attratto l’attenzione dei suoi bio-grafi: non sarebbe ora che se ne interessassero anche i lettori? Gli studiosi italiani, poverini, cosa volete che ne capiscano? Essi non sanno da che parte prendere Casanova, quest’uomo così abile a mietere e insieme così restìo a mettere in cascina quanto è andato seminando. Trovano il suo caso aberrante in rapporto agli standard comportamentali dell’intellettuale italiano dal Rinascimento in poi, e a ragione. Abituato a cedere alla sirena del posto fisso e sicuro, sedentario per natura e socievole per amor di pace, il letterato italiano raramente si avventura fuori dalla sua scrivania anche solo con l’immaginazione, e in ogni caso non butterebbe mai al vento, come immancabilmente fa Casanova, l’occasione di farsi organico a una qualche istituzione secolare o ecclesiastica, sapendo tra l’altro di aver fatto fatto poco o niente per meritarsi il posto. A ogni mo-do, la necessità di tirare a campare non basta a spiegare come mai Casanova sia riuscito a spacciarsi, il più delle volte con successo, per: suonatore di violino, giocatore d’azzardo, abate, lacché, spia al soldo dell’Inquisizione, traduttore dell'Iliade (in dialetto veneziano!), matematico, avvocato, framassone, esperto nella coltivazione del baco da seta, ideatore di lotterie, bibliotecario. Il motto di Casanova si direbbe: "Nel suo mutar conosce sua fermezza". Ma occorre che questa insaziabile vocazione teatrale e il suo racconto si voltino l’una verso l’altro, come due battenti di una porta che si chiude sul passato lasciando fuori ogni cosa, perché l’oscurità del personaggio di Casanova cominci a comporsi in mani successive di colore.
Come tutti i grandi uomini d’azione, da Benvenuto Cellini a Lawrence d'Arabia, Casanova non si accontenta di vivere. Egli vuole vedersi vivere, ed è per questo che si rivolge alla letteratura: perché solamente nella salda presa della parola romanzata la sua vita smette di sembrargli un caso particolare di se stessa. Quelle gioie insperate e di prima mano che la vita gli ha tolto mentre gliele dava, la letteratura gliele preserva, rinnovandogliele. Ma la letteratura non è mai stata per Casanova il ripiego tardivo di un’esistenza accigliata di scoprirsi al capolinea. Le sue Memorie sono, al contrario, la prosecuzione lineare e coerente di un infallibile istinto di autopromozione e di propaganda di sé. Un istinto che era già all’opera allorché Casanova, calando-si dal tetto del carcere dei Piombi di Venezia (31 ottobre 1756), teneva a bada la tremarella immaginando gli slogan di lancio del libro che avrebbe scritto su quella fuga, dando contemporaneamente una limatina alla versione destinata al gradimento delle signore e dei benpensanti.
Oltre a introdurre alla lettura della Storia della mia vita (in un'edizione finalmente accessibile a tutte le tasche), "Beato chi legge" propone quest'anno una visita guidata a Venezia nei luoghi che furono di Casanova e a lui familiari.
Per scoprire le molte anime di uno scrittore italiano che è stato molto di più di uno svenevole tombeur de femmes.
Marco Cavalli


L'intervista a
Carlo Presotto

Essenziale è essere semplici, abitare il momento presente.

Ossidiana quest’anno rinnova il Progetto Teatro con la nuova proposta per il corso annuale di Teatro e Re-citazione condotto da Carlo Presotto che ha ideato un avvincente percorso di studio e di gioco lungo la “via della seta” sulle tracce di Marco Polo….e molti altri. Aspettando impazienti l’inizio di questo viaggio teatrale cerchiamo di catturare alcune informazioni direttamente da Carlo Presotto, attore, animatore teatrale e docente universitario a Venezia,, per avere in anteprima un assaggio delle sorprese che ci attendono.

Come si è sviluppata la tua passione per il teatro?
Come spesso succede c'entrano le stagioni della vita. Ho avuto la fortuna di essere accompagnato durante l'adolescenza da teatro, musica, grafica. Poi, un caso, il trasferimento a Milano, il 1977, il liceo sperimentale sulla comunicazione, e un clima culturale fatto di incontri con Bruno Munari, Dario Fo, Luigi Lunari e il Picco-lo, Quelli di Grock. Ho cominciato a giocare da piccolo e non ho più smesso…
Quale il tuo percorso artistico?
La mia formazione si è svolta su più terreni differenti. Il primo quello della pratica della comunicazione come esigenza personale, come irriducibilità nei confronti della violenza, dell’alienazione, della superficialità. Il secondo su quello teorico, a partire dalla scuola dell’animazione teatrale, che ho conosciuto per prima attraverso Claudio Montagna del teatro dell'angolo di Torino e poi attraverso la frequentazione di amici e maestri come Mafra Gagliardi, Remo Rostagno e molti altri. Il terzo su quello delle tradizioni teatrali, attraverso gli studi e gli incontri universitari con Renata Molinari, Gerardo Guccini, Carmelo Alberti. Lo studio sulla maschera, l'apprendistato quotidiano per lunghi anni osservando e copiando Titino Carrara, ma anche quello sulla narrazione, con Marco Baliani e la generosissima Laura Curino che ritrovo qui ad Ossidiana, o quello sul video con Giacomo Verde. Il mio percorso di formazione è tutt'ora in atto, e riesco a ricostruirlo parlando di incontri con persone per me straordinarie.
Come imposterai il lavoro nel nuovo progetto teatrale a Ossidiana?

Penso che sarà importante creare un bagaglio comune per le varie persone che mi accompagneranno in questo viaggio. Imparare insieme ad usare gli stessi strumenti, confrontandosi, per poi metterli al lavoro.
Condividere una fatica è un bel modo per conoscersi.
E’ difficile insegnare?
Sì. E' un lavoro basato sull'ascolto, che chiede moltissimo a chi conduce. Il difficile sta nel cercare di tendere trappole successive agli allievi, cercando di renderli di giorno in giorno più autonomi. Ma soprattutto bisogna essere in grado di praticare e trasmettere il dialogo con i propri limiti, il segreto più difficile dell'arte.
Cosa insegni ai tuoi allievi?
Che il teatro può essere parte della vita. Che di sicuro di essa si alimenta costantemente. E, forse, della vita può essere alimento.
Che cosa vuoi dare ai tuoi allievi, cosa ti prefiggi?
Prima di conoscerli mi prefiggo di mettermi a loro disposizione, a loro servizio. Ho una meta in mente, che si trova oltre le montagne ed i deserti, nelle pianure della Cina. O meglio, che sta nella via che unisce Venezia al Cataio, l'oriente all'occidente, il fare e lo stare, il vuoto ed il pieno. Mi prefiggo di proiettare lontano un viaggio nello spazio e nel tempo per compiere come in uno specchio un viaggio verso il cuore di noi stessi.
E che tipo di strumenti offri?
Tutti gli esercizi appresi e praticati in questi anni, tutte le sorprese ed i trucchi catturati allestendo tanti spet-tacoli, tutti i libri letti e studiati compongono un bagaglio unitario di esperienza, amalgamata dal collante del gioco. Mi piace immaginare che il teatro non sia altro che un play, come dicono gli inglesi, che si debba an-dare a jouer sul palcoscenico.
Quali sono le difficoltà più ricorrenti per gli allievi?
Il problema principale che incontro più spesso è la difficoltà di pensare l'azione teatrale come un "lasciare andare". Di solito si pensa che per essere efficaci bisogna fare, essere attivi, costruire movimenti, aggiunge-re espressioni del volto e così via. Invece la cosa più difficile è essere semplici, arrendersi all'evidenza, abitare quel momento presente che stiamo condividendo con gli spettatori senza sovraccaricarlo di esibizionismo. La soluzione di questo problema sta nella sincerità, e questa non la si può insegnare, la si può solo cercare insieme.
Cosa è necessario per diventare un bravo attore?
Mi piacciono le parole di Antonin Atraud che immagina un bravo attore come un vetro trasparente. Ecco, io credo che il maggior lavoro su di sé un attore debba compierlo in quella direzione. Abbandonare l'idea che in palcoscenico si salga per esibizionismo e ricordare che il teatro esiste solo quando c'è un rapporto tra attore e spettatore. Non è un'arte solitaria ma un continuo tentativo di superare l'incolmabile separazione tra realtà e rappresentazione.
Quanto importante è la tecnica?

Una lente non lavorata è opaca, e non permette di intravedere che immagini sfocate. La ricerca della nitidezza nella comunicazione passa attraverso le tecniche.
I tuoi progetti ed impegni futuri?
Si tratta di un momento molto denso di attività. Ti indico due sogni cui sto lavorando: da una parte l'idea di una giovane compagnia di Commedia dell'Arte che giri il mondo cui sto lavorando con un amico regista ed un teatro di Roma. Dall'altro il tessuto di una rete di teatri che a partire dal sistema dell'area metropolitana veneziana interagisca con un territorio più ampio. Sto iniziando una bella avventura di formazione teatrale nella scuola a Treviso, cui dedicherò molto tempo la prossima stagione, e sto provando i nuovi spettacoli con Gualtiero Bertelli, la compagnia delle acque e Gianantonio Stella, in cui lavoro sia come interprete che al videofondale. Ho appena finito il riallestimento di uno spettacolo cui sono molto affezionato, "Le stagioni di Giacomo" di Rigoni Stern, che dopo la presentazione a Milano andrà in tournèè. E soprattutto la direzione artistica della scuola di teatro di Ossidiana. Non vedo l'ora di cominciare. Mi prudono le mani.
Gianni Gastaldon