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OSSIDIANA TIME 22
newsletter semestrale di Ossidiana Centro Culturale e di Espressione

dicembre 2004
undicesimo anno



Racconti di architettura
Le favole dell’arte nel mondo dell’architettura

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Spesso in tutte quelle occasioni in cui diventiamo turisti non per caso ma per scelta - cosa che non accade mai peraltro nel luogo in cui viviamo - pensiamo alla città come ad un museo. Le strade diventano allora per-corsi prestabiliti, faticose rassegne di monumenti fruiti con la fretta e la disattenzione cui ci costringe la volontà di voler vedere tutto, o quasi. Questo implica che la nostra percezione spesso sia conformata in modo standard, con quella superficialità dello sguardo che condanna in fondo all’invisibilità, all’uguaglianza insensibile: “noi siamo e ci muoviamo nella stessa vertigine della mescolanza, di cui infliggiamo il supplizio all’arte del passato” diceva il poeta Paul Valéry. La città-museo costituisce lo sfondo di innumerevoli trame nascoste che spesso non vediamo, un universo multiforme e poco conosciuto. La maggior parte di noi infatti non è a-bituata a pensare all’architettura come ad un racconto. Invece l’architettura è uno dei tanti linguaggi con cui si possono raccontare le storie, … addirittura le favole! E la città stessa in questa prospettiva è assimilabile ad un testo linguistico. Anzi, crediamo che ogni città si costituisca storicamente come corpo vivente linguistico, attraverso un insieme di sedimentazioni e riattivazioni, come stratificazione perenne di significati.
Ma come fa l’architettura a raccontare le sue storie? Lo fa per immagine, e principalmente in due modi. In primo luogo è essa stessa immagine e rappresentazione - cioè presentazione mediata - poiché rimanda, al di là della sua mera utilità, ad altri significati (può esprimere l’armonia, la bellezza, la forza, la virtù, il potere, e mille altre cose); in secondo luogo è il supporto per altre immagini, per innumerevoli racconti, è l’occasione di parlare di storie individuali o collettive, di raccontare miti o celebrare allegorie.
I racconti dell’arte e dell’architettura si sottraggono per loro stessa natura ad ogni esaustione: il senso si se-dimenta e oblia lasciando tracce, e le tracce parlano, svelano, ma mai troppo esplicitamente. Conoscere la città significa allora avere un sapere di tutti quei segni figurativi che, come le linee intricate di una mano, la delimitano e la attraversano in mille direzioni, superando il nostro orizzonte di conoscenza, o perché non so-no stati oggetto di domanda, e quindi ci sono indifferenti, o perché non riusciamo a decifrarli avendo smarrito il codice interpretativo.
Scopo del nostro ciclo di lezioni sarà quello di ricostruire le fabulae - come le chiamavano i latini - del rac-conto, cioè le storie originali, gli argomenti delle innumerevoli decorazioni che avvolgono e invadono le facciate delle case e dei palazzi, gli altari delle chiese, nelle sculture, negli affreschi e negli stucchi dei saloni nobiliari di cui è disseminata Vicenza. Faremo insomma delle “affabulazioni” sorprendenti e divertenti, con la proiezione di moltissime immagini. Esploreremo i significati nascosti delle decorazioni di soggetto fantastico del gotico e del primo Rinascimento, parleremo delle grottesche e di altre formule “licenziose” dell’arte classica, sveleremo i miti e le simbologie che si nascondono dietro le più diffuse figure antropomorfe dell’architettura (erme, cariatidi, mascheroni), interpreteremo gli emblemi e le allegorie. Come parte integrante di questo breve ciclo di lezioni sono previste le visite “sul campo”, in interno e in esterno, con una lettura dei monumenti articolata per percorsi tematici che riserveranno a molti di voi delle autentiche sorprese e che toccheranno tanto i luoghi più celebrati della scena urbana quanto quelli minori, forse liminari ed eccentrici rispetto alle proposte turistiche più collaudate, ma non per questo meno importanti nel definire l’identità della città.
Marco Maule


Alice nel paese delle meraviglie
Nuovo appuntamento di “Beato chi legge” con la favola moderna
più inquietante e sconclusionata della letteratura europea

Chiunque non sappia da che parte prendere Alice nel Paese delle Meraviglie (1865), certo la favola moderna più inquietante e sconclusionata della letteratura europea, è sconsigliato di chiedere lumi al suo autore, Charles Dodgson, reverendo balbuziente e a dir poco strampalato, con il pallino della matematica e un debo-le per le bambine al di sotto dei dieci anni, purché disobbedienti e viziatissime e disposte a farsi fotografare nelle pose più innocenti per Mr. Dodgson e dunque più turpi per la società del suo tempo. In merito al modo migliore di leggere Alice, Mr. Dodgson (noto con il delinquenziale pseudonimo di Lewis Carroll) è dell'avviso che il procedimento ottimale consiste nel "cominciare dall'inizio e andare avanti finché non si arriva alla fine". Una dritta degna della protagonista del suo libro.
Abrasiva satira antivittoriana, pirotecnico esercizio di logica svolto da una spavalda mente di bambino, partita di scacchi contro gli incubi e le allucinazioni dell'infanzia, antibibbia della pedagogia universale, puzzle matematico per eruditi con un grammo di genio e due di follia, scatola musicale che una volta messa in moto non si ferma neanche a prenderla a martellate, Alice è il libro della sconsacrazione dell'Infanzia in quanto età aurea e perennemente natalizia della vita e insieme un giocattolo di infernale intelligenza che rotola allettan-te verso il nostro torpido buon senso sfidandolo a rimettersi in calzoni corti e bretelline senza, possibilmente, ridere di sé.
Fiaba indirizzata ai bambini della quale finiscono regolarmente con l'incapricciarsi gli adulti, Alice sarà la pro-tagonista del prossimo Beato chi legge, ancora fresco dell'inaudito successo riscosso dai romanzi di Raymond Radiguet e tuttavia già pronto a rimescolare le carte, magari infilando nel mazzo una Regina di Cuori, un Cappellaio Matto, una Lepre Marzolina... Un corso pensato appositamente per vegliardi in regola o no con l'anagrafe: giovani che si sentono vecchi e nonni alla sesta o settima gioventù, bambini di ritorno o a mezzo servizio, un po' disorientati dalle bislacche iniziazioni che riserva loro la vita, questa tana per conigli in cui, malgrado lo spavento, non ci si stanca mai di penetrare, anzi, di precipitare.
Marco Cavalli

L'intervista a
Federico Pillan
Coltivare una passione per stare bene con se stessi

Ossidiana vanta una Scuola di Pittura e Disegno che, sotto la sapiente direzione artistica di Toni Vedù, e grazie alla preziosa collaborazione di validi ed apprezzati docenti è andata sviluppandosi e consolidandosi per ciò che riguarda la struttura e la qualità dei percorsi didattici proposti. Un nuovo ed interessante apporto viene quest’anno dalla collaborazione di Federico Pillan e Michela Bogoni, una coppia, a tutti gli effetti, di ar-tisti con solide basi di studi classici ed anni di esperienza pittorica soprattutto per ciò che riguarda l’arte figu-rativa e che hanno saputo simpaticamente coniugare la passione con il lavoro, il piacere con l’utilità, affian-cando la loro attività di pittori con quella di madonnari su commissione, che permette loro di divertirsi girando il mondo. Ed ecco come Federico Pillan ci parla della sua passione.


Come si è sviluppata la tua passione per la pittura?
Mi è sempre piaciuta, fin da piccolo. Poi, durante l’adolescenza, ero appagato dall’essere “alla scoperta del mondo”, e non ho più dipinto. Finché, a ventiquattro anni, di colpo mi è sembrato tutto un già visto, e inoltre mi sentivo chiamato a far parte di un mondo in cui non mi riconoscevo: quello degli adulti, del lavoro. La pittura da allora è il mio rifugio e, paradossalmente, il modo per comunicare le mie idee ad un modello di società che mi sembra profondamente contro natura.
Quale è stato il tuo percorso artistico?

Ho imparato prima da autodidatta (ho frequentato anche un corso di modella a Ossidiana), poi, a ventisette anni, sono entrato all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove mi sono diplomato in pittura, con particolare interesse per l’arte figurativa classica, il corpo umano, la fisiognomica, che è l’arte di rendere i “moti dell’animo” tramite lo studio dell’espressione del viso. Sei mesi dopo, grazie a quella che ora è mia moglie e a vari mesi in Centro America, ho preso coraggio e ho deciso di lasciare il mio vecchio lavoro nella profumeria di famiglia. Ora dipingo su commissione e faccio il madonnaro su richiesta. Le soddisfazioni più grandi sono il fatto che io e mia moglie riusciamo a mantenere noi e nostra figlia dipingendo (ci sembra di vivere senza lavorare!) e le sensazioni di forte estraniamento che provo nel fare i miei quadri ad olio sulla figura umana. Preferisco esporre i miei lavori in maniera indipendente, poiché credo che l’eventuale valore di un artista debba essere letto nelle sue opere, non nel curriculum di mostre che fa.
E’ difficile insegnare?
Dipende se si insegna a persone interessate o no. Insegnare ai bambini è delicato e importante per la loro formazione futura, ma gli adulti sono più attenti e motivati.
Cosa ti piace dell’insegnamento?
Le conseguenze che ne possono derivare: spero di riuscire a dare un modo per esprimere le proprie emo-zioni a persone che evidentemente ne sentono il bisogno. Insegno pittura e disegno, ma dico loro anche che coltivare seriamente una passione è un’ottima via per stare bene con se stessi, per isolare la propria anima dalle aggressioni esterne.
Come procedi nei tuoi corsi?
Insisto sulle regole della tradizione classica. Grazie ad esse gli allievi hanno delle ancore di salvezza a cui aggrapparsi nei momenti di dubbio, e riescono a tirare fuori da sé il più possibile: la soddisfazione più grossa per loro, e per me, è vedere progressi concreti nelle loro capacità.
Disegno e dipingo davanti ai loro occhi: troppo spesso mi è capitato, da alunno, di dovermi sorbire lunghi di-scorsi ma nessun insegnamento pratico.
Cosa è necessario per diventare un bravo pittore? Quali sono i tuoi consigli?
Il motore principale è sempre la passione. Ma all’inizio si devono apprendere la teoria, la tecnica e accettare il fatto di fare opere non eccelse. E’ il periodo più difficile. Poi, grazie alla pratica, è tutto sempre più facile e gratificante. Il consiglio migliore è quindi di tenere duro, crederci. Un altro consiglio è di lasciare perdere i facili effetti che derivano da un approccio superficiale verso l’arte del secolo scorso. Prima ci si appropria delle regole, poi si va dove si vuole.
Oltre alla tecnica, si può trasmettere ad un allievo anche il piacere profondo e appagante del dipinge-re?
Si, entrando in sintonia con lui, comunicando emozioni tramite i concetti esposti.
Quali sono i tuoi progetti ed impegni futuri?
Dipingere sempre meglio, sfruttando anche le commissioni come occasione per crescere. Girare l’Italia come madonnaro, unendo il lavoro alla passione per i viaggi….e aspettare che mia figlia cresca un po’ per poter ricominciare a girare il mondo!
Gianni Gastaldon