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OSSIDIANA TIME 21
newsletter semestrale di Ossidiana Centro Culturale e di Espressione

settembre 2004
undicesimo anno



Recitare: un serio divertimento
Dipanare i fili dell’essere per comunicare

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Recitare è saper muovere i fili che sono in noi: centinaia, migliaia di fili che spostano e collocano sentimenti ed emozioni, altrettanti fili che muovono e deformano ogni nostro muscolo, altri ancora che danno colore, to-no, volume alla nostra voce. Ed i fili sono collegati tra di loro: perché quell’emozione muove quei muscoli e dà quel colore alla voce e lo sforzo di quei muscoli ci regala quella voce e ci dona quei sentimenti e la voce ci emoziona e ci muove in quell’altro modo ancora!
Recitare è perciò conoscere questo groviglio prima di ogni cosa, nella sua componente fisica ed emozionale, ed è questa conoscenza che ci permette di dipanarne ed usare al meglio i fili per comunicare agli altri quello che siamo o quello che decidiamo di essere.
Il Laboratorio Teatrale di quest’anno sarà da me condotto in collaborazione con l’attrice Marzia Bonaldo esperta soprattutto in tecniche di improvvisazione, e avrà durata annuale. Questa scelta permette di svolgere un lavoro che vada più al profondo, utile a chi del recitare voglia farne una professione o una passione da coltivare con serietà e dedizione, utile anche a chi intenda conoscersi di più.... utile anche a chi abbia voglia di passare un po’ di tempo in buona ed allegra compagnia, divertendosi con un’attività culturalmente interessante e personalmente ed intellettualmente costruttiva.
Partiremo da semplici esercizi di conoscenza e di uso del corpo e della voce, passeremo poi attraverso tutta una serie di giochi pensati per capire quale sia il passaggio dal testo scritto alla sua lettura espressiva e quindi alla sua resa scenica, lavoreremo da una parte sull’improvvisazione gestuale e vocale e dall’altra su precisi codici teatrali provenienti dalla lunga storia dello spettacolo e del teatro incontrando per strada esercizi, modi e metodi lasciatici in eredità soprattutto dalla grande tradizione europea del secolo scorso. Arriveremo a fine corso ad una semplice “resa dei conti scenica”: mostreremo ad un pubblico scelto di amici ed operatori del teatro alcuni dei risultati raggiunti. Ebbene, andremo in scena!
Assieme a Marzia Bonaldo, trasmetterò, a chi si iscriverà al corso, quello che ho imparato in ormai trent’anni di lavoro non solo in terra veneta, ma pure in Europa e fuori. E devo dirvi che, per fortuna, la mia curiosità non mi ha mai fatto fermare sull’appreso ed accontentarmi di esso, anzi mi ha sempre spinto a frequentare territori nuovi, inusuali o sconosciuti, arricchendo così la mia esperienza professionale e la mia crescita artistica.
Ho insegnato teatro in paesi arabi e ho imparato dalla tradizione araba - sono stato più volte al Festival del Teatro Sperimentale del Cairo insegnando teatro e partecipando a seminari teatrali del Nordafrica ed Africa. Ho portato spettacoli miei in Libano, Siria, Tunisia - Mi sono confrontato, inoltre, con la cultura di altre regioni – in Italia ad esempio come regista di un importante gruppo sardo che si interessa di sperimentazione sul tema delle tradizioni sarde; in Europa, recitando ed insegnando in vari paesi, come ad esempio Svezia e Francia.
Ho girato con spettacoli, da attore o da regista, o come docente di teatro, dal Canada alla Grecia, dalla Germania al Portogallo.....… e chissà quanto mondo, quante terre e quanti popoli avrò ancora la fortuna ed il piacere di contattare, sempre imparando da loro e portando qualcosa di mio, ascoltando e raccontando, lasciandomi affascinare dalle tradizioni degli altri e catturando la loro attenzione, le loro emozioni con la mia arte, in un continuo gioco stimolante e ricco di scambi.
Ecco: questa è la mia esperienza che cercherò di trasmettere usando un metodo che oramai sperimento da molto tempo, sempre rinnovato alla luce dei nuovi incontri e delle nuove conoscenze ed esperienze, perché ritengo che “recitare” sia una cosa seria e solo così può diventare utile e molto… molto divertente.
Pino Costalunga


Beato chi legge
Amori, disamori e stramamori nei romanzi di Raymond Radiguet


Possedere la faunesca, arruffata bellezza dell'adolescente di precoce maturità e di lenta maturazione; fare da spalla e da lacrimatoio e da scaldino a Jean Cocteau, indiscusso e assordante arbiter elegantiarum della Parigi fra le due guerre; pranzare con Picasso, Honegger, Stravinsky e sbadigliare vistosamente a una mati-née poétique in onore di Guillaume Apollinaire; indossare calzoni corti e sfoggiare il monocolo; irradiare giovinezza e morire a vent'anni di febbre tifoide con un capolavoro in catalogo e un secondo nel cassetto. Malgrado sia passata in un lampo (1903-1923), la cometa Raymond Radiguet non ha finito di abbagliarci con la fosforescenza intrisa di aroma di zolfo della sua lunga coda a orifiamma, le cui propaggini sono certamente il fuoco meno artificiale di una costellazione letteraria di luminosa, accecante originalità.
Dopo aver sondato le levigate superfici dell'unico romanzo di Oscar Wilde, Beato chi legge torna con una proposta al limite dell'azzardo più sconsiderato e dunque assolutamente degna di essere intrapresa: leggere nella loro integralità Il diavolo in corpo e Il ballo del conte d'Orgel, i due capolavori di Radiguet. Dal romanzo sulla bocca di tutti (Il diavolo in corpo: chi non l'ha letto?) a quello nella mente di nessuno (Il ballo del conte d'Orgel: quanti ne conoscono l'esistenza?), ce n'è abbastanza per rischiare l'osso del collo della credibilità e rimediare finalmente a una imperdonabile inadempienza.
Minuscoli libri entrambi, Il Diavolo e Il Ballo hanno il peso delle centinaia e centinaia di pagine che sono co-stati al loro autore e delle migliaia di sovrapposizioni, per lo più indebite, che almeno Il diavolo in corpo ha dovuto accollarsi dopo il successo mondiale dell'omonimo film che ne trasse Claude Autant-Lara nel 1946, interpreti Gérard Philippe e Micheline Presle.
Ma soprattutto, i romanzi di Radiguet parlano d'amore, e parlare dell'amore, voce alla quale è ignoto e alieno l'esplicito, signfica per Radiguet perfezionarne l'ineffabilità, giocare di disciplina e di astuzia senza darlo a vedere, esercitarsi all'indifferenza e sviluppare una sensibilità acuminata fino all'ultima doglia di solitudine. E intrattenersi con romanzi che manifestamente parlano dell'amore, adesso che si moltiplicano le guerre di invasione, di difesa o di ripicca, è già di per sé uno scandalo a cielo aperto. Beato chi legge vi invita allora a scandalizzarvi e a deliziarvi in compagnia di Radiguet, la cui prima e ultima parola in materia di amore - e di militarizzazione dell'amore in nome dello stesso - continua a essere: "Che colpa ne ho?".
Marco Cavalli


L'intervista a
Mirta Caccaro
Insegna a scoprire e inventare i “nostri” segni

Nel prestigioso team di docenti a Ossidiana quest’anno è entrata a far parte Mirta Caccaro, pittrice vicentina appassionata ed esperta di varie tecniche artistiche. Nella sua pittura, che è stata definita “nuova astrazione intellettuale”, Mirta ricorre alle tecniche più svariate, modulando e ritmando il colore in accoppiamenti croma-tici apertamente legati a suggestioni sensoriali, mentali e sentimentali di musica, letteratura, poesia.

Come si è sviluppata la tua passione per la pittura?
Dopo il “Boscardin” a indirizzo artistico, ho frequentato l’Accademia di Belle Arti di Venezia. L’aula dove si dipingeva era un grande “atelier” frequentato da studenti di ogni parte d’Italia e dell’estero. C’era un clima stimolante ed una forte coesione tra noi studenti, che condividevamo difficoltà, soddisfazioni, idee e le prime esposizioni di pittura. Venezia con le sue calli, i suoi campi e la laguna, ci dava poi la possibilità di vedere mostre e di visitare gallerie. Si passava ore a discutere di pittura, di toni di luci di ombre degli artisti del pas-sato e contemporanei; ci si confrontava continuamente, lavorando vicini, condividendo colori e vari materiali. L’Accademia è stata per me fondamentale, mi ha orientato, mi ha dato prima la possibilità di affrontare le tecniche pittoriche e lo studio della modella, per poi sviluppare ed approfondire l’arte astratta.
E poi come si è sviluppato il tuo percorso artistico?
Mi sono dedicata all’incisione, all’illustrazione, alla ceramica ed alla scenografia. Mi occupo di illustrazione xilografica per ragazzi, ed ho partecipato alla Fiera Internazionale del libro di Bologna, all’Hitabaschi Museum di Tokio, alla Biennale Internazionale d’Illustrazione di Teheran e presso l’associazione Jean Chièze a Parigi.
Espongo dal 1989 in mostre personali e collettive in Italia e all’estero presso spazi privati e pubblici.
E le tue emozioni quando dipingi?
Mio soggetto di riferimento è il cavallo, ma non solo, appaiono spesso anche altri animali; questi soggetti perdono la consistenza materica per diventare segno, colore. Sono il pretesto per scavare la materia in una ricerca che giunge al gesto assoluto, per comporre superfici pittoriche dove posso esprimere le mie emozioni, turbamenti, eccitazioni, oppure i miei abbandoni sereni.
Il segno diventa coordinata spaziale dell’opera, la quale si trasforma in un racconto dipinto: percorso illustra-tivo a volte inquieto a volte ironico. Con il mio lavoro cerco di raggiungere la sintesi e la stilizzazione formale. Il colore è fondamentale nella mia pittura, in quanto diventa esso stesso immagine: la pennellata si fa “figura” si rapprende e non evapora.
Lavoro sulla tela stesa sul pavimento, per sentire il possesso globale “dell’oggetto”, e l’opera è parte di me, è mano, braccio, piede, volto.
L’emozione più grande è quando finisco di lavorare e metto la tela in verticale, l’effetto cambia, rimane co-munque una specie di ribaltamento di me: apro il mio corpo e proietto fuori la mia “anima”.
E per l’insegnamento?
Sono abilitata e specializzata per la docenza di Educazione Artistica. Insegno e mi piace insegnare. Mi viene facile comunicare, trasmettere agli altri. Cerco di rispettare la personalità di ciascun allievo a cui mi rapporto e raramente intervengo direttamente sul loro lavoro. Mi piace poi il rapporto che s’instaura tra gli allievi e tra questi e l’insegnante; ed inoltre riuscire a trasmettere qualcosa di mio ad altre persone. E’ bello lavorare quando gli allievi manifestano piacere prima nell’apprendere e poi nell’esprimersi, e dimostrano fiducia nel poter acquisire nuove tecniche.
Cosa insegni ai tuoi allievi?
Cerco di far comprendere loro che ogni artista non si è mai accontentato di copiare fedelmente la realtà, ma ha sempre cercato di interpretarla e di inventarla esprimendo la propria personalità e sensibilità; che il segno è un importante mezzo espressivo, ma non deve essere casuale; che è necessario, attraverso l’esercizio, scoprire, inventare i “nostri” segni. Il segno, infatti, è la traccia lasciata da un gesto, l’espressione di una volontà umana, la testimonianza di un’esistenza.
Molte persone si dedicano con entusiasmo alla pittura. Quali i tuoi consigli?
Non c’è secondo me una “ricetta” per diventare un buon pittore. E’ importante dedicarsi con impegno all’attività, facendo molto esercizio, e avere una solida base di disegno che permetta poi di affrontare la pittu-ra con più sicurezza. La propria vocazione va sempre seguita. Frequentare inoltre mostre e gallerie fa sempre bene, perché permette di vedere come lavorano gli altri. Importante è continuare a migliorarsi, senza demoralizzarsi mai.
Quali sono le difficoltà più ricorrenti per gli allievi?
Non riuscire ad interpretare il soggetto, a mettere un po’ di proprio in quello che fanno. Sono abili nel ripro-durre delle copie, ma hanno spesso paura di “lasciarsi andare”.
Cosa ti prefiggi con i tuoi allievi?
Che arrivino, attraverso la rappresentazione di una natura morta, un paesaggio, un ambiente, (“L’anima non pensa mai senza un’immagine”, Aristotele “De Anima”) a sperimentare, inventare, per cogliere soprattutto il valore espressivo del segno e del colore.
Dalla copia dal vero, gli allievi compiono un breve percorso attraverso le opere di alcuni artisti per cogliere i diversi atteggiamenti con i quali loro si sono posti di fronte a questi soggetti. Fattore dominante sarà il colore con cui ogni artista ha comunicato ed espresso le proprie intenzioni.
Inoltre agli allievi dà soddisfazione riuscire a realizzare dei lavori mettendoci qualcosa di proprio, quindi li incoraggerò a realizzare opere con un proprio “stile”, un’interpretazione autonoma.
Gianni Gastaldon