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OSSIDIANA TIME 19
newsletter semestrale di Ossidiana Centro Culturale e di Espressione

settembre 2003
decimo anno



Il mimo poeta
“Imitare, reinventare, esprimere poeticamente la vita e tutto ciò che ci circonda”

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Quando mi chiedono di parlare del "mimo" o in alcuni casi di "cosa sia il mimo" ho sempre delle grandi difficoltà. La paura è quella di racchiudere in uno stile definito un qualcosa che sta alla base di tutte le espressioni dell’uomo.
Ci si immagina normalmente un attore dipinto di bianco che zitto-zitto fa dei gesti che creano l’illusione dell’esistenza di oggetti, o che faccia smorfie per significare tristezza o allegria. Addirittura si pensa alla pantomima bianca dell’ottocento dove il gesto sostituiva la parola, così per esempio se si doveva dire "io vado per di là" si rivolgeva prima il dito indice al petto e poi con un gesto leggero, rotondo e preciso lo si dirigeva verso il luogo prescelto.
Il novecento ha avuto dei grandi maestri come Etienne Decroux e Jacques Lecoq che hanno rotto questi stereotipi e hanno dedicato l’intera vita di artisti e pedagogisti teatrali per ritrovare le origini poetiche dell’uomo mimante. L’uomo che non riproduce esteriormente la realtà, ma che cerca l’intimo, la dinamica, il movimento per poi suggerirlo al mondo attraverso espressioni gestuali, plastiche, sonore, scritte o parlate. Anche un pittore allora lo si può definire mimo, armato semplicemente di pennello, colori e della sua sensibilità.
Concentrandosi dunque sull’arte del teatro, il "corpo nella sua totalità" diventa lo strumento principale per imitare-reinventare-esprimere poeticamente la vita e tutto ciò che ci circonda. Tutto il corpo è al servizio dell’azione teatrale e non solo voce e braccia. Il corpo che non spiega, ma è al servizio di qualcosa di più grande, di un’immagine, di una situazione o di un movimento, fino a che magicamente qualcosa che non c’è o lo spazio di un’emozione diventano più reali dell’attore stesso; l’attore sparisce dietro l’universale.
Dopo aver parlato del mimo come punto di partenza dell’arte e nello specifico del “gioco” teatrale (il termine italiano recitare limita l’azione dell’attore che in altre lingue viene espressa con termini come “to play” o “jouè”) possiamo riprendere il discorso del “mimo creatore di oggetti, di spazi e di azioni” considerando questa come una tecnica a servizio del movimento drammatico, altrimenti resterebbe un puro virtuosismo fine a se stesso.
Il corpo inizia a disegnare nello spazio vuoto una strada, poi un’altra e un’altra ancora, sentiamo il rumore di un’automobile che si avvicina e vediamo il suo conducente che impreca e di colpo un’altro e altri cento, grattacieli brulicanti di uffici affaccendati, semafori, ingorghi, la folla. Tutto ad un tratto ecco che la vediamo “ è una grande città”, lo stress, tutti ce l’hanno con tutti. Nell’apice del caos: il silenzio… un signore anziano attraversa lentamente la strada, con lo sguardo assorto, mettendo in pausa il tutto con la sola forza della sua presenza. Cosa starà pensando? Dove arriveranno i suoi ricordi? Che spettacolo! Ti ricordi che bello che è stato? Ma ... quanti attori erano?
Matteo Destro


La prima volta che…
“Capivo che le storie governavano il Tempo, …. ed erano Signore anche dello Spazio”
Intervista a Laura Curino


Perché racconti storie?
L’ho sempre fatto. Appena mi è venuta voglia di mettermi sulla scena, è stato per raccontare una storia.
Prima ne avevo raccontate tante, in famiglia, a scuola, agli amici. E prima ancora amavo sentirmele raccontare.
Quelle di mia nonna cominciavano quasi sempre così: A jeru tre sureli che i son andaci ntal camp a catà l barlandi. C'erano tre sorelle che sono andate nel campo a raccogliere cavoli, era quasi sera e ne era rimasto uno, il più grosso, ma così grande, ma così stretto alle radici… che tira, tira …non veniva su.
La prima dice: "Basta, ho la schiena rotta, questo lo lascio qui, ne abbiamo raccolti così tanti che nostro padre non se ne accorgerà". E va via. La seconda ci prova ancora un po' poi dice: "Basta. Che fa buio e poi ci tocca tornare di notte". E anche lei torna a casa.
Ma la terza, la più piccola resta e continua a tirare, tirare....incurante della fatica e del buio. Sta quasi per piangere, quando il cavolo vien via dalla terra e al suo posto ecco un gran buco e nel buco una scala che scende, che scende, e là in fondo un chiarore meraviglioso...
Poi la piccolina scendeva la scala e ogni volta a questo punto la storia cambiava, cambiavano le peripezie, le meraviglie, i mostri, i principi o i tesori che trovava là in fondo...finiva che erano felici e contenti, larga è la foglia, stretta è la via, dite la vostra che ho detto la mia.
E io la mia la dicevo, tutto il giorno, tutti i giorni d'inverno di bambina senza cortile, in città: la dicevo a me stessa, nel soliloquio del pomeriggio quando mia madre e mia nonna andavano a dormire e non bisognava giocare per non disturbare. Sola, sulla panchetta contro il vetro della porta che dava sul balcone, potevo disegnare le illustrazioni sul vetro appannato e mormorare la storia. Capivo che le storie governavano il Tempo, lo rendevano docile, ed erano Signore anche dello Spazio: non ero più in città, sola, al terzo piano nel centro di Torino, ma di nuovo in campagna, come in primavera, come d'estate, come d'autunno, in mezzo agli animali, con gli amici reali e quelli immaginati.
Al mercato piantavo le peste solo al banco dei libri e appena imparai a leggere pretesi un libro con copertina spessa e senza figura. Erano fiabe siciliane e mi ricordo ancora quello del principe cui vengono tolte moglie e figlioletta e non fa che ripetere "Aranciu e Lumia, Lumia e Aranciu, se nun vi vegghiu nun manciu e nun dormu chiu." Capii che Lumia era "limone". Mi sembrava di sapere le lingue straniere.
Quando veniva Ida Corsini invece le giocavamo le storie. Io facevo il principe. lei la principessa, ma mi dava sui nervi perché appena si faceva interessante e io stavo per compiere qualche atto eroico o affondare le mani in qualche avventura lei sveniva. Cioè la principessa sveniva e mi toccava darle i sali (ma nella vita chi ha mai visto i sali?).
Pronunciavamo un sacco di parole come "disse" "fanciulla" "destriero" "impallidì" "scorgere" "sdegnarsi" "smarrirsi" e parole così.
Queste parole fanno una buona storia. Intuii l'importanza del linguaggi.
Raccontare, recitare con gli altri attori in compagnia, cosa preferisci?
Recitare con i bravissimi attori che in questi anni hanno lavorato con me. Mariella Fabbris, Lucilla Giagnoni, Mirco Artuso, Michele di Mauro, Marco Paolini, e tanti altri…La gioia di un lavoro d’insieme ben orchestrato è impagabile.
Raccontare, però, è una scelta obbligata e meravigliosa quando la storia mi appartiene così profondamente che non aspetta i tempi della progettazione teatrale di compagnia, non c’è tempo per scrivere per altri, convincerli, provare, …certe storie te le devi scrivere e raccontare tu, subito! E raccontando si impara anche a migliorare nel lavoro collettivo.
In “Passaggi di stato”, il laboratorio appena concluso, come avete lavorato?
In tre riprese, tre fine settimana a distanza di un mese. L’ argomento era il passaggio da una età all’altra: dall’infanzia all’adolescenza e dall’adolescenza alla maturità. Gli allievi hanno prima improvvisato, poi scritto, e infine recitato i loro racconti. Per tenere sempre alto il livello abbiamo – in contemporanea – fatto esercizio di lettura ad alta voce e di recitazione di brani di autori italiani e stranieri sullo stesso argomento.
Risultati?
Un affiatamento esemplare fra gli allievi, una grande originalità degli spunti, tutti provenienti da racconti autobiografici, una …cronica carenza di tempo per svilupparli tutti! Siamo molto soddisfatti della qualità di comunicazione che si è stabilita.
Se i singoli racconti possono, naturalmente, essere adesso sviluppati e migliorati, mi pare che tutti abbiano capito i fondamenti della relazione fra narratore e ascoltatore, che è la cosa più difficile da far passare.
E’ come se ci fossimo creati un raggio di prospettive di lavoro, che poi tutti possono perfezionare con me o frequentando altri maestri.
Qualcuno sostiene che il teatro è ormai alla fine, schiacciato da altri linguaggi. E’ vero?
Fine? Ogni volta che sento annunciare la morte di qualcosa in questi termini provo solo fastidio, se non rabbia.
Gli annunciatori di morte farebbero bene a guardarsi attorno un po' di più. A frequentare altre case. C'è qualcosa che muore e altro che nasce, che cresce.
Il teatro ci permette di stare, pubblico e artisti, insieme nello stesso posto, nello stesso momento, a pensare, ad ascoltare (che miracolo, ascoltare invece di giocare a chi urla più forte!). Ci permette di sperimentare una comunicazione immediata, forte di un contatto fisico ravvicinato tra artista e pubblico.
Questo non significa che non ci sia da fare, ...e molto, proprio perché il teatro non muoia, perché rinasca e cresca: cavar via dalla pura virtualità la consistenza di certa normativa, sostenere le buone scuole di teatro, formare il pubblico attraverso la diffusione della pratica teatrale nel sociale, come fate voi di Ossidiana, favorire la formazione anche di chi già è attore di professione e vuole specializzarsi, e di nuovo qui da voi accade, provare nuove strade, favorire la crescita di figure organizzative ed amministrative per il teatro, sostenere i luoghi teatrali ed i teatri, attrezzare questi anziché creare lo spreco di centinaia di compagini che girano con l'attrezzatura tecnica al seguito.
Forse non tutti lo sanno, ma mentre in giro per il mondo ogni teatro ha fari, impianti, tecnici, ecc… e li mette a disposizione delle compagnie, in Italia la maggior parte dei teatri è una scatola vuota e sulle autostrade girano grossi Tir pieni di…di quello che ci dovrebbe essere nei teatri, fari, cavi, mixer, dimmer,… Sono i camion delle compagnie che ogni volta, come fossero un circo o una giostra, devono montare e smontare non solo le proprie scene, ma anche…tutta la dotazione tecnica!
Così anche noi attori possiamo forse fregiarci del titolo di Viaggiatori della Luna, titolo che spetta appunto ai circhi e ai giostrai…
A cura di Gianni Gastaldon


Toni Vedù
Domande e risposte di un insegnante per affinare le potenzialità espressive e la capacità di osservazione nei propri allievi. Dieci anni di corsi di acquarello a Ossidiana

Quando dieci anni fa abbandonai l’insegnamento nella scuola pubblica per fare solo l’artista non pensavo certo che la proposta degli amici Franca e Gianni mi avrebbe portato ad insegnare per molto e molto tempo ancora. Intendiamoci, insegnare mi piaceva e pensavo che iniziare alla mia tecnica artistica preferita degli adulti motivati sarebbe stato un lavoro di tutto riposo. Certo, come no?! Da allora ho cominciato a farmi una serie di domande e mi son dato, un po’ alla volta delle risposte. Innanzitutto, cosa si ripromette di ottenere un adulto che frequenta questi corsi? Ma è logico. Si aspetta di diventare un provetto acquarellista in 30 ore. 30 ore, un numero di ore ridicolmente limitato rispetto a quello dei corsi regolari di un ragazzo che segue studi artistici. In realtà la questione è più semplice di quanto non appaia. Io ho sempre detto ai miei allievi che si trattava di un corso d’acquarello non di un corso d’arte. La didattica quindi l’ho sempre impostata principalmente sul fatto tecnico. E questo in 30 ore, se permettete, si può anche fare. Nei primi corsi non si parla d’arte, né di espressività né di disegno, né di pittura. E come si potrebbe del resto conciliare le esigenze di un gruppo in genere molto eterogeneo di persone, diverse per età, formazione, cultura, capacità, trovatesi occasionalmente insieme solo per un comune desiderio di esprimersi tramite una tecnica pittorica? L’acquarello viene a torto definito un tecnica molto difficile. E’ un banalissimo luogo comune. L’acquarello non è né più facile né più difficile di tutte le altre tecniche artistiche. Ha le sue peculiarità certo, e sono proprio queste che lo rendono secondo me particolarmente adatto ai neofiti e a chi in genere non ha un particolare talento per il disegno accademico. Se è capace di abbandonarsi al libero e imprevedibile fluire del colore sulla carta bagnata, il cosiddetto “Bagnato su bagnato”, la quintessenza dell’acquarello, anche il più sprovveduto degli allievi riuscirà a produrre qualcosa di pittoricamente interessante. Il pericolo maggiore tuttavia per un insegnante è indulgere negli aspetti consolatori della pratica artistica. Mi spiego meglio. Dal ‘68 in poi è invalso l’uso culturale di affermare che tutti sono artisti. Certo, nel senso che ogni persona è dotata di una potenzialità espressiva più o meno grande. Si tratta di portarla alla luce e affinarla liberandola, e questo se mai è il punto, dalle abitudini e dalle consuetudini, in una parola dalla banalità degli stereotipi. Dopo migliaia d’anni di Arte fatta coi pennelli non è proprio facilissimo essere originali. Tuttavia se non è il praticante artista a cercare un minimo di autonomia espressiva chi mai lo dovrebbe fare? La cultura artistica di riferimento è pur sempre, a richiesta generale, la pittura figurativa classica, dove per classico ormai si intende non tanto la pittura dei secoli passati. fino a metà 800, ma quella diciamo dai pre-impressionisti in poi. Insomma il paesaggio in tutte le sue varianti, la fa da padrone. Non mancano però allievi interessati anche ad altri indirizzi, più o meno astratti. E’in questo campo che mi riprometto di intervenire in futuro, anche con corsi più brevi ma mirati. Direi che in definitiva quello che mediamente un allievo si può legittimamente aspettare da corsi come questi di acquarello è, oltre che produrre un ragionevole numero di quadretti per arredare la propria casa e quella di amici e parenti, è affinare la propria espressività e la capacità di osservazione, per capire la pittura altrui e magari anche un po’ se stesso.
Toni Vedù