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OSSIDIANA TIME 9
newsletter semestrale di Ossidiana Centro Culturale e di Espressione

settembre 1998
quinto anno



Un’esperienza privilegiata per chi abita a Vicenza
L’architettura nelle città:
imparare a leggere una facciata

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Nei nostri viaggi alla scoperta di città d’arte che offrano l’occasione di conoscere ed apprezzare le manifestazioni artistiche di diversi tempi e contesti, anche chi non è particolarmente interessato alla visita degli edifici nel loro aspetto architettonico, si troverà a frequentare luoghi dove comunque l’architettura manifesta il senso di una civiltà, o interpreta le caratteristiche di una società, o rende gli scenari urbani riconoscibili e, spesso, belli e gradevoli da frequentare. Tuttavia, è ricorrente la sensazione che la lettura di una facciata non sia facile da cogliere nei suoi elementi fondamentali, nei punti salienti della sua composizione, o negli apparati decorativi che la rendono unica. Tant’è che spesso il rientro a casa porta con sé il ricordo dell’atmosfera di molti luoghi visitati, ma se si provasse a disegnare le facciate degli edifici che hanno accompagnato le nostre passeggiate, non riusciremmo a ricordare se non alcune sensazioni. Il senso di una architettura, il modo di fare architettura, la costruzione di uno spazio architettonico sono componenti non solo delle nostre vacanze, ma anche del nostro vivere quotidiano: abitare, lavorare, divertirsi, acquistare... sono tutte azioni che si legano all’esperienza di uno spazio o di un edificio e, quindi, che hanno qualcosa a che vedere con l’architettura. Che si tratti di chiese, di palazzi pubblici o privati, l’Italia è ricchissima di queste opere.
Perché sentiamo che una facciata è bella? Quali sono i sistemi costruttivi utilizzati per realizzarla? Quali procedure amministrative o volontà private ne hanno consentito l’esistenza? Quali idee hanno mosso il progettista che l’ha disegnata?
A Vicenza, città del Palladio, luogo ricco di architettura, è impossibile non porsi quasi quotidianamente queste domande.
“Imparare a leggere” una facciata aiuta a cogliere “l’essenza” di una data architettura pur senza conoscerne esattamente la storia. Oppure anche semplicemente assegnarla ad un dato stile o periodo storico.
Ancora più dell’organizzazione planimetrica, la facciata ci offre una sua forza comunicativa diretta: a Vicenza, la nobiltà vicentina del ‘500 trovò in Andrea Palladio l’architetto in grado di esprimere i valori desiderati: la grandezza degli spazi, l’articolazione delle decorazioni, la romanità così anti-veneziana, l’uso più opportuno dei materiali... Non a caso Andrea Palladio prima di morire ha visto dei suoi palazzi per lo più soltanto le facciate terminate, mentre gli spazi dietro alle quinte architettoniche impiegavano tempi più lunghi, a volte eterni, per il completamento. Oltre a ciò che la bibliografia insegna sulla portata economica dei progetti palladiani o sulle difficoltà urbane di acquistare i terreni desiderabili, credo che comunque la nobiltà committente di Palladio trovasse proprio nella facciata la massima gratificazione delle proprie fortune, a discapito della perfetta macchina architettonica che Palladio aveva progettato.
Ricordiamo inoltre l’approccio con la città che storicamente il visitatore doveva avere sbarcando sull’antica piazza del porto. L’Isola, oggi Piazza Matteotti: la città si presentava con Palazzo Chiericati, architettura nobile e grandiosa proprio per la facciata, non certo per gli spazi interni assolutamente esigui se rapportati all’idea che ce ne viene dall’esterno.
Quindi alzare il naso in aria, spendere un po’ di tempo ad osservare le facciate dei palazzi della nostra città... Tutto ciò potrebbe aiutarci a capire meglio quanto vediamo da viaggiatori, con la curiosità di scoprire quante altre storie, oltre alla vicenda di Andrea Palladio, esistono in giro per il mondo e quanto il nostro mondo è fatto di queste architetture.
Carlo Andriolo


Ossidiana: l’avventura di questi anni
...mi ritrovai per una selva oscura...

Era la primavera del 1992. Ci eravamo avventurati, chissà come, nel folto di un grande bosco di cui non vedevamo i confini e dove ci aggiravamo esploratori instancabili e meravigliati per ciò che scoprivamo ed imparavamo quotidianamente. Ci prendeva di continuo una sorta di insicurezza in cui si mescolavano slanci di entusiasmo per aver intravisto una strada d’uscita ad improvvisi momenti di panico per la sensazione di non riuscire ad orientarci rimanendo lì intrappolati ad ogni calar delle tenebre. Come e perché avevamo iniziato quest’avventura era chiaro solo in parte: forse il forte desiderio, accarezzato per lungo tempo, di un’impresa indipendente, o la curiosità di viaggiare in un mondo a noi sconosciuto, il sottile ed eccitante brivido nel mettersi alla prova, superando assieme le difficoltà lungo il percorso e contando su forze ed iniziative intuite, ma ancora tutte da scoprire. Una sfida che ci appariva da una parte necessaria in nome dell’esplorazione, un po’ scialba a quei tempi, dall’altra adeguata a dare sfogo e risposta alle nostre risorse.
Non conoscevamo molto di ciò a cui andavamo incontro, ma ci ronzava nelle orecchie la famosa frase di Albert Einstein “Imagination is more important than knowledge”. E la fiducia nei nostri talenti, continuamente messa sotto pressione, a volte vacillava di fronte a insuccessi e difficoltà. Quasi sempre però si riusciva, passato il primo momento di frustrazione ed impotenza, a rielaborare le esperienze passate, esplorando e toccando con mano tutto quello che la foresta ci offriva di continuo; e, immaginando più fortunate possibilità, si venivano a creare nuove combinazioni, situazioni future più ricche di soluzioni positive. Infatti, con il passare dei giorni, vedevamo più chiaro nel fitto del bosco, che dapprima ci appariva intricato ed inospitale; gli inciampi e le ansie si facevano sempre meno minacciosi e le ferite si rimarginavano in fretta. Avevamo imparato a riconoscere e ad usare le piante, le acque, i frutti, gli animali che incontravamo e non li temevamo più come un tempo..... Quanto tempo? Sei anni di cammino intenso e sicuramente privo di noia. Oggi le nostre gambe sono più sicure ed agili, le spalle robuste, il respiro tranquillo, gli occhi si sono abituati a guardare lungo distanze e percorsi diversi, cercando e cogliendo le opportunità che la foresta ci ha sempre offerto. I risultati lungo questa strada, che non procede diritta e ben spianata, sono certamente molto gratificanti, ma ciò che ci rallegra di più è che ci ritroviamo in buona compagnia. Molti abitanti del bosco si sono uniti a noi, altri vengono spesso da luoghi diversi per fare qualcosa assieme, conoscersi, imparare, divertirsi e dare il proprio prezioso contributo.
Questa avventura si chiama Ossidiana ed i protagonisti son tutti coloro che in essa sono entrati, o passati, o hanno piantato radici, ma comunque hanno portato un cambiamento al suo interno, prendendole i suoi frutti e regalandole uno spiraglio di luce o un nuovo colore.
Ancora, a volte, le difficoltà tentano di disorientarci e cerchiamo la via d’uscita da qualche tratto di bosco più fitto e buio, ma le radure sono molte, fiorite e soleggiate e si raggiungono sicure. Siamo sinceramente soddisfatti per la strada percorsa e a volte possiamo permetterci anche di sorridere delle nostre arrabbiature o paure.
Il Direttivo Ossidiana


Da sua stupidità Jacopo Fo
Lo yoga demenziale

La vita deve proprio essere sofferenza? Perché il senso di colpa non ci dà tregua? Non si potrebbe ridere un po’? Ridere è bellissimo, quando si ride si spegne la mente ma non si smette di essere intelligenti.
Ballare, raccontare, disegnare, creare qualche cosa, lo puoi fare bene solo se ti abbandoni. E se ti lasci andare, ti rilassi, respiri, ascolti, anche la vita scorre più facilmente per il suo verso e ti si aprono pure i sensori del piacere.
Siamo alla vigilia della più grande rivoluzione spirituale di tutti i tempi. Milioni di persone si sono accorte che guardare la televisione e lavarsi i denti con lo spazzolino elettrico non sono le due cose migliori della vita. Il sapere spirituale accumulato in quattromila anni è ormai disponibile in edizione economica, in vendita in qualunque autogrill. Cosa impedirà all’uomo di godersi questo pianeta pieno di delizie? Niente. Ci divertiremo in maniera pazzesca. Anche perché dopo anni di oscure ricerche la Libera Università di Alcatraz ha elaborato un mirabolante programma psicofisico che permette di elevare la propria coscienza a livelli assolutamente mostruosi, sperimentare l’estasi dello Zen, riunirsi al tutto cosmico e diventare ricchi spiegando tutto ciò al resto del mondo…. in poche parole offre ciò in cui, segretamente, hai sempre sperato: una scorciatoia laica, pigra, materialista al nirvana tantrico, senza bisogno di credere e di seguire una disciplina! Lo Zen Occidentale annuncia la rivoluzione spirituale allegra, propone il piacere di vivere, illumina in modo semplice e naturale… tutto questo ogni volta che ti viene da ridere. Il metodo è basato su giochi ed esperimenti, sensazioni divertenti e ridicole. L’obiettivo è far scoprire un nuovo punto di vista sulla vita. Lo yoga demenziale non chiede a ciascuno di cambiare, ma solo di riscoprire le potenzialità più profonde: l’istinto, l’inconscio, la gioia di vivere. Sono queste le risorse potenti dalle quali traggono forza, velocità, intelligenza e fantasia tutte le persone creative che riescono a realizzare la propria leggenda personale. Funziona: si può veramente aggiustare il tiro o cambiare la percezione della vita. E’ difficile crederci, perché ci hanno insegnato che solo la sofferenza può farci migliorare. Noi preferiamo pensare che l’universo ci ama e che ci parla attraverso il piacere.
Jacopo Fo
e i comicoterapeuti della “Libera Università di Alcatraz”


Toccasana del corpo e dell’anima il ballo rilassa e ricarica
Ballando Ballando

La danza è uno dei riti più antichi.
In quanto ordine ritmico, la danza degli dei e degli eroi mitici concorre all’organizzazione e alla regolazione ciclica del mondo. Le danze rituali erano un mezzo per ristabilire i rapporti fra cielo e terra, sia che esse invocassero la pioggia, l’amore, la vittoria o la fertilità.
Per Platone la danza era di origine divina e prima di essere movimento era segno.
In Africa il lavoro dei campi, la semina, la raccolta, la tessitura, tutto viene danzato prima di essere compiuto.
Cosa abbiamo noi uomini moderni in comune con la danza arcaica? molto più di quanto si pensi. Noi parliamo di ballo ma se la danza è “movimento ritmico del corpo, per lo più in accordo con accompagnamento musicale” e il ballo è ” movimento ordinato del corpo e specifico dei piedi secondo il tempo musicale segnato dal canto e dagli strumenti” la differenza non è poi molta e con una lieve forzatura, possiamo parlare di sinonimi.
Se per noi uomini moderni non assume più il valore della danza rituale, quale altro valore può avere se “tutto quello che è stato prima di noi è dentro di noi”?
I valori della danza/ballo di oggi sono per alcuni versi individuali, per altri collettivi.
Quelli individuali si racchiudono entro il piacere di muovere il nostro corpo a tempo di musica, di lasciare che il suono ritmato entri in noi e ci scaldi, ci armonizzi, ci sollevi in un’altra dimensione, dove tutto è piacere, movimento, rilassamento, gioia.
Quante volte ballando il valzer, ogni donna ha sognato un vestito lungo svolazzante e colorato come i colori di una farfalla, le sale grandi e alte, i pavimenti luccicanti, il partner racchiuso nell’elegante frac, che la fa volteggiare abbandonata fra le sue forti braccia.
Quanti uomini ballando la salsa, il merengue o il mambo, con gli occhi socchiusi perché la musica entri più rapidamente nella profondità del corpo, si ritrovano in una spiaggia del Sud-America circondati da donne giovani e belle, con i fiori nei capelli e grandi sorrisi che non chiedono altro che di ballare.
Quanti ancora, ballando il tango argentino, sentono nella musica la forza virile dell’uomo, la seduzione della donna e con la fantasia volano dentro i locali fumosi a luci basse, e si perdono nella forza del ritmo.
Il ballo aiuta a fantasticare e la fantasia aiuta a vivere!
Gli uomini ai quali non piace il ballo (così dicono prima di averlo conosciuto) e poi “tirati” con la forza dell’amore dalle loro fidanzate, mogli, amiche o sorelle cominciano a imparare, si rivelano i più entusiasti, quelli che a loro volta “spingono” le loro partner, a volte stanche, a non perdere un’ora di lezione.
Per questi uomini ballare significa scoprire una parte nascosta di sé, il gusto del ritmo, del movimento, il piacere di volteggiare, divertirsi, accompagnandosi ad un corpo femminile, il piacere di sedurre attraverso la musica; la scoperta di una parte del sé nascosto.
Spesso poi, le coppie, alla fine della lezione di ballo raccontano che, stanche dalla giornata di lavoro, non sentivano sufficiente energia per la lezione, invece, miracolo, alla fine del ballo si sentono ricaricate, piene di energia, dimentiche della stanchezza e pronte a vivere una serata piena di piacevoli incognite, o per chiudere un giorno in serenità.
Ballare ricarica e rilassa!
Oltre ai piaceri dell’individuo e della coppia, c’è il piacere collettivo. Nelle lezioni di ballo si incontrano persone sconosciute, ci si aggrega in compagnia, si va insieme nelle sale da ballo a esercitarsi, ma soprattutto a divertirsi.
Il ballo riprende in qualche modo, la modalità del gioco, il piacere di gareggiare, di primeggiare, di mostrare quanto si è bravi; riporta alla gioiosità e alla spensieratezza dell’infanzia.
In questa nostra civiltà dove agli adulti è concesso solo di ricoprire il ruolo di educatori, di lavoratori, di cittadini e dove il bambino che è dentro ognuno di noi rimane soffocato e inespresso, tornare un po’ bambini può solo aiutare e, a volte, sdrammatizzare la serietà della vita adulta. Quindi ballare fa bene alla salute del corpo e dell’anima.
Paolo Bertolini


Le mostre di Ossidiana

“Acquarelli in esposizione” dal 6 al 23 giugno scorso, presso lo Studio Pozzan di Vicenza ha inaugurato una serie di appuntamenti promossi da Ossidiana per dare spazio e soddisfazione ai propri corsisti e per far conoscere da vicino le nostre attività e i relativi risultati a tutti coloro che ci conoscono solo di fama. La mostra ha riscosso successo, le opere, di una trentina di espositori, hanno catturato attenzione e commenti positivi, e non solo da amici e parenti. Tra paesaggi, fiori, figure e astrazioni vi erano opere estremamen¬te personali e non convenzionali nell’uso della tecnica, già espressivamente mature e convincenti. Con grande piacere ci congratuliamo con gli autori, i quali, con gusto, sensibilità e semplicità hanno saputo mostrarci un piccolo pezzo del loro mondo, e invitandoci a guardare con i loro occhi ci hanno comunicato sottili e preziose emozioni. Ci congratuliamo con Toni Vedù che dal ‘93, a Ossidiana, mette a disposizione dei corsisti le proprie abilità artistiche e il proprio metodo per insegnare la tecnica dell’acquarello a chi l’ha scelta come favorito mezzo di espressione, ma anche sa far emergere talento e sensibilità personali come abbiamo potuto ammirare in questa mostra.
Per il futuro lo stimolo a continuare su questa strada si fa sentire forte per noi organizzatori che abbiamo amorevolmente visto nascere e svilupparsi questo gran fermen¬to che coinvolge disegnatori e pittori di varie tecniche. A tutti i corsisti auguriamo di continuare con piacere e soddisfazione il percorso intrapreso. Oltre ai vari corsi per principianti ed esperti, che inizieranno a settembre, ci diamo appuntamento in primavera per le prossime esposizioni presso lo Studio Pozzan di Vicenza, ospite gentile e disponibi¬le che ha sostenuto le nostre iniziative fin dalle origini, quando Ossidiana, Centro Culturale e di Espressione, non era ancora famosa ed apprezzata come lo è ora in città e
fuori.


L'intervista a
Annamaria Trevisan
Artista esperta ed accurata nel ritrarre fiori e persone con sensibilità,
coinvolgimento emotivo e gioia creativa

Già copista raffinata di opere d’arte prevalentemente del ‘700, da alcuni anni la pittrice vicentina Annamaria Trevisan mette a frutto le abilità personali in una ricca produzione di opere in cui ritrae con realismo e delicatezza fiori, persone, nature morte, con tocco leggero, pennellate fluenti e curate, trasmettendo in chi guarda il piacere dei colori, della luce, la morbidezza e l’incisività delle forme.
Dall’anno scorso Annamaria Trevisan, dopo una lunga esperienza di insegnamento nella scuola pubblica, ha messo le proprie capacità di insegnante e di artista a disposizione di Ossidiana, con la cura, la pazienza e la maestria tecnica che la caratterizzano.

Annamaria, oltre alle capacità tecniche si può trasmettere ad un allievo anche il piacere profondo e appagante di dipingere?
Nel rapporto con l’allievo una delle maggiori difficoltà sta nel convincerlo che l’atteggiamento con cui ci si pone di fronte ad un foglio o ad una tela è importante quanto la qualità dei colori, della stesura o degli impasti. Solo la leggerezza, quasi l’incoscienza di un atteggiamento mentale tutto rivolto ai messaggi estetici, cromatici ed espressivi può portare al “piacere profondo” della pittura, un piacere questo che è simile all’ascolto della buona musica che coinvolge e che dà soddisfazione più all’emozione che alla realizzazione tecnica.
Non voglio negare l’importanza dell’esperienza e della manualità, ma piuttosto distinguere tra acquisizione di tecniche e atto o atteggiamento creativo, momento in cui ci si avvale dell’esperienza per concentrarsi sul messaggio che esprime il soggetto da dipingere.
Cosa insegni ai tuoi allievi?
Poiché negli allievi prevale normalmente l’interesse per una corretta esecuzione è mio compito, naturalmente, trasmettere determinate conoscenze, ma è mio desiderio far scattare in loro una forma di libertà e di conseguenza di iniziativa personale e, quindi, di vera soddisfazione.
E tu cosa provi quando dipingi?
Quando dipingo passo da momenti di grande attenzione e cura esecutiva a sensazioni di profondo coinvolgimento emotivo e gioia creativa. Svolgendo sia il lavoro di riproduzione di opere del ‘600 e ‘700, sia quello di ritrattista o comunque pittrice, posso avvalermi di tanta esperienza di lavoro tecnico e analitico da cui traggo la consapevolezza del valore dei maestri dell’arte. Facendo questo lavoro con pazienza ed ammirazione per le opere che riproduco acquisisco una forma mentale che mi fa vivere in dipendenza dalla pittura.
Quando provi le emozioni più grandi nel dipingere?
Quando dipingo i miei ritratti o i miei fiori il rapporto con la pittura continua, ma è un dialogo intimo, tutto visivo, dove la sensibilità fa da tramite con la persona che ritraggo, o meglio, con gli occhi, l’incarnato, il sorriso o la bellissima varietà delle linee delle mani, o con le ombre inconsistenti, le sfumature di colore o le forme, talvolta bizzarre, dei fiori.
E’ difficile insegnare?
Penso che insegnare non sia difficile quando è possibile capirsi e fidarsi reciprocamente tra insegnante e allievo, sono sicuramente condizionata dalla lunga esperienza fatta con ragazzi per i quali la formazione è importante tanto quanto l’acquisizione di dati e di conseguenza il rispetto dell’individualità sta alla base del rapporto insegnante-allievo.
Quando hai soddisfazione come docente?
Provo le maggiori soddisfazioni da buoni risultati formali, ma anche nel momento in cui riesco a condurre un allievo nel percorso faticoso che lo vede prima desiderante e poi protagonista.
E’ un percorso a tappe, momenti didattici impostati sull’acquisizione di sempre maggiori consapevolezze: con questo non intendo interventi di rassicurazione psicologica, ma progressivi superamenti di barriere quali l’inquadratura, i rapporti soggetto-sfondo, gli accordi e i contrasti, l’equilibrio, l’armonia tra le forme e tra i colori, ecc.
Il tuo stile di insegnamento funziona, il tuo modo di condurre gli allievi ad esplorare il mondo del disegno e della pittura è particolarmente efficace...
Ho avuto la fortuna di accostarmi, nella mia preparazione didattica, al prof. Pino Parini che ha rivoluzionato l’insegnamento dell’educazione visiva e di conoscere il prof. Silvio Ceccato. Ho imparato
da loro a proporre l’atto creativo non come un momento assoluto o casuale, ma come il risultato di percorsi di attenzione percettiva ed emotiva fino all’acquisizione dell’ “atteggiamento” di cui parlavo prima.
Perché molte persone di tutte le età si dedicano alla pittura?
Credo che la pittura attragga molte persone perché ferma il tempo. Oltre a costringerci a bloccare il lavoro mentale più razionale e ad usare il cervello in un modo non consueto, la pittura ci dona una testimonianza che fissa il tempo.
Chi sono i tuoi allievi?
I miei allievi sono delle persone meravigliose, perché hanno scelto di ascoltare la propria sensibilità, a volte con entusiasmo, a volte con volontà e sacrificio, a volte manifestando doti davvero eccezionali.
Quale la tua formazione?
Per descrivere la mia formazione potrei elencare varie esperienze più o meno significative, ma io sono orgogliosa soprattutto dei miei anni veneziani, quando i miei insegnanti erano gli spazialisti Bacci, Morandis, Gaspari, Pizzinato.
I contatti con il musicista d’avanguardia Luigi Nono e il grande Emilio Vedova erano possibili e normale era incontrare a San Vio Peggy Guggenheim.
Gianni Gastaldon