homepage



Strada di Saviabona 356 - 36100 Vicenza Italy
tel.301167 fax +39.0444.512100


OSSIDIANA TIME 8
newsletter semestrale di Ossidiana Centro Culturale e di Espressione

dicembre 1997
quarto anno



Un primo passo verso la conoscenza dell'Islam e la cultura araba
Noi e loro

OSSIDIANA TIME 30
OSSIDIANA TIME 29
OSSIDIANA TIME 28
OSSIDIANA TIME 27
OSSIDIANA TIME 26
OSSIDIANA TIME 25
 

Il mondo arabo non é quello dei luoghi comuni più diffusi nell’Occidente, cioè la società della violenza, della paura, del caos. Non è nemmeno il favoloso palazzo de “Le Mille e una Notte”, né la terra di cammelli, lampade magiche e piramidi, anche se é molto spesso questo quanto sappiamo di Arabi e Islam.
Si tratta di informazioni che, a seconda dell’epoca e del contesto storico in cui sono nate, portano ad una visione deformante di questo mondo. O meglio di “questi mondi”, in quanto i termini arabo e musulmano, certo possono coincidere, ma non indicano un unico concetto.
Chi mai potrebbe pensare che le celeberrime favole de “Le Mille e una Notte” non sono propriamente arabe? Che l’unica lampada di Aladino che un turista possa vedere é la strampalata coppa rotatoria nella piazza centrale della città di Homs? E che ancora si possa camminare per le vie di Damasco senza essere importunati da improbabili venditori ambulanti? Non é un mondo “terribile” come non é un mondo da favola.
E’ un mondo diverso, diverso ovviamente dal punto di vista da cui noi partiamo. Talora le prospettive sono capovolte, divergenti, forse nemmeno parallele alle nostre, ma nessuno ha mai detto che ci sia una cultura migliore, più accessibile di un’altra. Conoscerla significa scoprire che il digiuno nel periodo di Ramadan non é l’unico pilastro dell’Islam, bensì uno dei cinque. Significa vedere una città araba non come un centro creatosi in modo confuso, ma con un ben preciso ordine di partenza. Significa scoprire che le prime moschee arabe non hanno le cupole a bulbo e che i turchi non sono arabi.
Dall’epoca dell’ignoranza - la fase preislamica - all’arrivo del Profeta, dai califfati arabi all’Impero Ottomano, il Mediterraneo occidentale é stato in perenne stato di scontro e di incontro: si é passati dalle lotte medievali ad una fase interlocutoria dopo la nascita dell’orientalismo nel Rinascimento al gusto per l’esotismo dell’epoca romantica.
E ci sono anche una lingua fantasticamente complessa, quasi morta e poi rinata in epoche recenti, un testo sacro di cui si sente tanto parlare, e numerose e reciproche influenze in ambito artistico, culturale, linguistico tra il Mediterraneo occidentale e quello orientale. Concedendo poi uno sguardo anche al presente più immediato, si scoprono altre piccole interessanti cose.
Sulla scia del primo e finora unico premio Nobel arabo per la letteratura, quello cioè che ha avuto l’egiziano Naghìb Mahfuz nel 1988, é iniziata la diffusione in lingua italiana di numerosi autori e autrici arabi, classici, moderni e contemporanei. Non più quindi solo storie di rapimenti, ma poesie e teatro, racconti di fiction e di umorismo, piccole storie quotidiane ed epopee.
Non da ultimo quanto si diceva all’inizio: gli arabi non sono tutti musulmani e i musulmani non sono tutti arabi. E’ un concetto questo molto spesso travisato sia perché gli arabi sono il più ampio gruppo islamico, sia per la supremazia che l’elemento arabo ha avuto nell’Islam.
Ma possono essere ugualmente musulmani un saudita e un indonesiano; possono essere arabi un cristiano di Siria ed uno del Libano.
Un arabo ha detto: “Nulla si muove dinanzi a chi non si muove”. Non é una pretesa. Semplicemente un tentativo per conoscersi.
Fabio Fochesato


L’inconfondibile skyline di Manhattan
Architetture emozionanti

Nella particolare vita che scorre tra le vie e gli spazi di New York troviamo racchiuse la ricerca e la realizzazione di una forma di edificio sempre più alto, funzionale, bello: il grattacielo. Negli ultimi cent’anni di storia di questa appassionante metropoli lo sviluppo prepotente della verticalità, facendo da specchio alla griglia orizzontale della pianta della città, le ha conferito un aspetto unico, emozionante, fotogenico, spaziale, esagerato, -ed ognuno potrebbe aggiungere la propria impressione-, ma certamente ha marchiato Manhattan con tale equilibrio estetico, dove gli opposti si incontrano e spazi diversi convivono, come le differenti etnie e gli svariati modi di vivere che qui si intrecciano.
Concentrazione del settore terziario e degli affari in aree ristrette, moderna tecnologia e invenzione dell’ascensore, alto valore immobiliare dei terreni hanno dato il via ad un succedersi di progetti e realizzazioni in cui vari architetti hanno espresso il loro genio e la loro creatività, lasciando dietro di sé critiche e lodi, ma dando vita ad un giardino esuberante, ricco di piante particolari, con un suo ordine interno, con zone severe ed a tema, ed altre a libera fioritura. L’immagine urbana che ne deriva è spettacolare, una scenografia di torri ognuna con la propria individualità. L’uso sincronico di differenti linguaggi architettonici, deformati e adattati ad esigenze economiche, tecniche e non da ultimo legali per rispettare le varie normative succedutesi nel tempo, ci permette di ammirare un paesaggio urbano che non stanca mai, che ci riserva sempre sorprese ad ogni angolo di strada, ad ogni sguardo al cielo, ogni volta in cui spingiamo gli occhi a curiosare un po’ oltre la nostra postazione.
E così possiamo osservare grattacieli a forma di torre, di colonna, tripartiti, a gradoni, classicheggianti, goticheggianti, moderni, a piramidi precolombiane, a prisma elementare, ecc., dove marmo e vetro avvolgono le strutture come mantelli adattandosi alle loro forme rigide ed alle curve, e l’acciaio segna la struttura portante sottolineandone la forza, la verticalità e l’aspirazione ad elevarsi sempre più nel cielo. Ma per noi che scesi dalle loro vette, da cui abbiamo ammirato il panorama della città in tutte le sue zone, il fiume che la circonda con i suoi ponti, il lontano ponte di Verrazzano che segna l’inizio della baia, l’enorme e tranquilla macchia verde di Central Park e l’immancabile isola della Statua della Libertà, per noi che rapidamente ritorniamo con i piedi per terra, a camminare per le strade, valli profonde e piene di vita, stranamente, inaspettatamente, non opprime la presenza di queste torri, peculiare prodotto della cultura urbana americana, ma ci si offrono gli spazi pubblici ai piani terra dei grattacieli, i giardini coperti ai piedi degli edifici, gli slarghi delle piccole piazze arredate, le larghe strade e le grandi piazze che danno enorme respiro e vitalità a New York. E’ sufficiente passeggiare per le sue vie per eccitarsi, entusiasmarsi, ma anche rilassarsi, fermarsi a gustare uno spettacolo che sia di artisti di strada o della scenografia di un grattacielo poco importa, lì c’è sempre qualcosa da fare, da vedere, da assaporare, perché si è immersi in un museo a cielo aperto, vivente e in continua trasformazione, dove nascono idee originali, multiformi, funzionali, stravaganti, dove non si pongono limiti alle possibilità creative dell’uomo.
Franca Pretto


Arte moderna
Tre linee di lettura

Paul Gauguin volle lasciare in eredità ai suoi seguaci il “diritto di tutto osare”. Con la sua ricerca delle origini primitive dell’ispirazione e l’uso prepotente del colore, tale eredità segnò il passaggio dall’impressionismo alla pittura moderna. E proprio la selvaggia violenza del colore caratterizzò la nascita del moderno attraverso il movimento di quanti vennero definiti i “Fauves” (le belve), capitanato da Matisse. Luogo e data di nascita: Parigi, 1905. Vennero messi in discussione tutti i fondamenti della pittura e non solo della pittura. Dovendo -come in un quadro di Fontana- segnare la tela dell’arte moderna con poche incisioni, sceglieremmo tre linee (decise e profonde).
La prima é il passaggio tra un’arte che racconta il mondo volendo aiutare la gente a capirlo ad un’arte tesa a far intuire le sensazioni dell’artista, unica giustificazione della sua opera.
Per i moderni, la ricerca della razionalità si esaurì nel cubismo “analitico”, con la sua pretesa di trasporre le tre dimensioni del reale sulle due dimensioni della superficie del quadro, e col costruttivismo della Bauhaus attratto dalla tecnologia, dall’architettura a dal design.
Il resto fu ribellione a tutta la cultura romantico-borghese, a partire dal movimento Dada, partito da Zurigo e sbarcato in America. Fu inquietudine, rivolta contro la ragione, bisogno di radicalismo, ricerca della verità ad ogni costo, rifiuto dell’ordine e della storia a favore dell’espressione della pura emozione. Il passaggio avviene all’interno dello stesso cubismo. All’affermazione di Braque “amo la regola che corregge l’emozione”, Gris risponde categorico che l’emozione deve correggere la regola.
Dal canto loro i futuristi italiani sanzioneranno un’arte non più rivolta agli oggetti, m agli stati d’animo, proponendo la lotta (e la guerra) come costante e la cattura della velocità come ideale capace di dominare la tecnologia vincente nella società.
L’onda lunga del nichilismo Dada arriverà fino a tentare la stessa negazione dell’arte con certo minimalismo degli anni ‘60 (“il valore estetico si fonda su una paradossale mancanza di contenuto artistico”), con l’effimero dell’happening o con la riduzione a semplice parola dei concettuali.
Duchamp afferma che qualsiasi oggetto può diventare opera d’arte semplicemente etichettandolo come tale e per dimostrarlo espone un orinatoio di porcellana cui aggiunge solo la firma.
La seconda linea tenta di fondere l’arte con la vita (intesa come quotidianità e “non arte”). Il passaggio avviene prima nell’artista che, ribellatosi alla società e alle sue costruzioni, si ripiega su se stesso per ascoltarsi. Finirà (con la Body Art) col trasformare se stesso in un’opera d’arte, asserendo di incarnare la nozione stessa di arte. Egli scava dentro se stesso, cercando di comunicare le sue sensazioni in modi sempre più rarefatti, ma sempre meno interessato alla comprensione del pubblico. Così l’espressionismo, sviluppatosi in Germania e trasferitosi in America, spostando il centro culturale da Parigi a New York, si fa sempre più astratto. Da parte sua, il surrealismo tenta di dare forma all’inconscio e, senza alcuna mediazione razionale, si propone di agire per puro automatismo psichico, incurante di ragione, morale ed estetica. Ma a contatto con l’ambiente americano (dove pur esso trasmigra a causa della guerra) si esaurisce presto, lasciando il vuoto emotivo. In questo vuoto, viene riscoperta la realtà esterna, assunta così com’é, criticata con la sola ironia, ma sostanzialmente accettando quanto si era fino ad allora rifiutato. La resa alla società industriale, con tutte le sue deformità, viene pagata con un distacco emotivo mosso dalla paura. Una seconda ondata di nichilismo dopo quella dadaista.
E’ la Pop Art, che tenta di collegare avanguardia e massa usando “le immagini e i manufatti della cultura di massa come strumento per sconcertare il centro borghese, i cui membri si considerano tradizionali custodi della cultura”. Sarà il fenomeno di una generazione, capace però di larga accettazione popolare e che avrà strascichi più vicini a noi, ad esempio con l’iperrealismo (soprattutto americano) degli anni ‘70.
La terza linea di lettura concerne il rapporto tra arte popolare e d’élite.
L’arte, da sempre, ha avuto funzioni di comunicazione con il pubblico: voleva rappresentare. Queste funzioni furono diverse: magica della preistoria, estetica dei greci, pratico-celebrativa a Roma, didattica nel medioevo, e così via. D’altraparte, “l’arte -comunque la si voglia definire o circoscrivere- ha sempre avuto il compito di riflettere, assecondandole o avversandole, le situazioni emergenti della società entro cui si manifesta”. Così la Pop Art non poteva che svilupparsi in America e l’Espressionismo in Germania. Anzi, dopo la parentesi bellica, vi è ritornato, ulteriormente incupito dai sensi di colpa del genocidio nazista. Così i futuristi esaltarono la velocità indotta dalla tecnica, i surrealisti adottarono la psicoanalisi e lo stesso nipote di Freud, Lucian, divenne neo-espressionista, il disordine delle guerre mondiali venne anticipato dal dadaismo, l’ambientalismo trovò la sua Earth Art ed il femminismo trasferì sulla tela tecniche e materiali quotidiani da sempre patrimonio della donna.
Nonostante tutte le sue ribellioni, resta però anche vero che l’arte è sempre stata mantenuta dall’élite rappresentante la società del momento. Paradossalmente l’arte moderna ha accentuato tale sua dipendenza, aprendosi totalmente al dominio della critica prima e del mercato poi. Tutto può andar bene purché riconoscibile a vista, di prezzo già alto ma con prospettive di crescita e richiesto dall’emozione del momento. Che altro può spingere un’élite mercantile ad acquistare tutti i quadri di un certo Banjamin Mendoza y Amor se non il fatto che questi attentò alla vita del Papa nelle Filippine?
Ma l’arte moderna fa di più. Come poteva un’arte ad un certo punto definita perfino “mandarinesca” operare in una società democratica? Incapace di conciliare il radicalismo artistico (che la spingeva all’astrazione pura) con quello politico (che richiedeva di farsi capire dalle masse), alla fine sceglie il primo, appoggiandosi all’élite intellettuale e facendosi acquistare da quella economica. Toulouse Lautrec affermò: “L’arte è come la merda: si sente, non si spiega”. Da allora l’arte si avvia a dividere il suo pubblico “in due classi di persone: quelli che capiscono e quelli che non capiscono”. A dispetto del suo nome e del favore che godette presso il pubblico la Pop Art non fu mai genuinamente popolare, nonostante cercasse disperatamente la realtà: la scatola di Brillo di Andy Warhol era (forse) un’opera d’arte, ma certamente una scatola di Brillo.
Il sociologo dell’era moderna Daniel Bell afferma che, come per Marx, Freud e Pareto l’apparente razionalità della realtà si fonda sull’irrazionalità che le sta sotto, così il movimento dell’arte moderna insiste sulla mancanza di significato dalle apparenze e cerca il substrato dell’immaginazione. Lo fa in due modi: eliminando la “distanza” (psichica, sociale ed estetica) per cercare l’immediatezza dell’esperienza e affermando l’assoluta imperatività dell’individuo. Non importa che gli altri capiscano.
Lorenza Stella


L'intervista a
Ivo Mosele
Artista eclettico che gioca, ricercatore di alfabeti espressivi con cui sondare
e sconvolgere le proprie esperienze


In questi ultimi anni Ossidiana ha sviluppato notevolmente il settore artistico dando vita a numerosi e seguitissimi corsi e consolidando le proprie competenze formative in varie discipline come il disegno, l’acquarello, le tecniche pittoriche, il disegno di figura con modella, il trompe l’oeil. Molti gli allievi e fra essi troviamo gli appassionati per i quali questo è un hobby ricco e insostituibile, i principianti che desiderano cimentarsi nel mondo dell’arte in prima persona, gli artisti o i professionisti che pur seguendo una propria strada artistica vogliono ugualmente approfondire alcuni aspetti della loro arte. A Ossidiana c’è posto per tutti coloro che sono interessati, al di là del talento e della preparazione, per tutti c’è sempre da imparare e da ricevere soddisfazioni, in un equilibrato rapporto tra lavoro ed apprendimento tecnico e libertà individuale espressiva.
Da alcuni anni Ivo Mosele artista e incisore, fa parte del gruppo docenti di discipline artistiche di Ossidiana, insegnando disegno e tecniche pittoriche.

Ivo, qui a Ossidiana tu metti a disposizione le tue competenze di insegnante e di artista....
Prima di tutto bisogna vedere cosa s’intende con la parola “artista”. Mi ricordo che da giovane, ai tempi dell’Accademia fine anni sessanta, inizi anni settanta, la parola “artista” era da me cordialmente detestata; solo il sentirla pronunciare, creava in me la sensazione di falso, di patina untuosa, di ghettizzazione sociale se non proprio di imbroglio sociale. Poi, con il tempo, forse perché divenuto più disponibile, forse perché più attento alle esigenze e ai bisogni della gente o forse più sicuro del mio percorso espressivo, questa parola assunse il significato di “persona che gioca con se stessa”.
Quindi per te la dimensione giocosa è indispensabile all’artista?
Sì, per me il lavoro dell’artista é un gioco, un gioco che prende fortemente e che alla fine quasi sempre ti lascia stanco, sfibrato ma soddisfatto e con l’ansia e il desiderio di ricominciarlo quanto prima.
Sappiamo che ti dedichi anche ad altri ambiti artistici.
Ho sempre pensato che l’artista non dovesse mai essere uno “specializzato”, ma un ricercatore di alfabeti espressivi, anche non legati necessariamente alla propria disciplina. Per questo i miei interessi artistici si sono rivolti al teatro, alla musica e alla computer grafica. A metà degli anni ‘70 assieme al poeta Guido Savio e al Musicista Alfredo Tisocco, ho lavorato nel Gruppo ricerca Omikron75, gruppo che si proponeva l’analisi dei limiti di contatto, d’influenza e di possibile interdipendenza tra diverse discipline artistiche quali Musica, Pittura e Poesia.
Nel 1975 inizia la mia passione per il teatro collaborando a varie rappresentazioni teatrali prima come tecnico delle luci e tecnico dei suoni successivamente come scenografo e regista. Nel 1988 assieme ad alcuni amici di Sarcedo, cittadina dell’alto vicentino, creo il Gruppo teatrale “Les Clochards” compagnia nella quale tuttora opero.
E la tua passione e carriera di artista pittore come si sono sviluppate?
Nel frattempo la mia attività artistica legata all’espressione grafico-pittorica, si rivolgeva sempre più all’incisione calcografica, e di questa affinando, soprattutto negli ultimi anni, lo studio della tecnica della maniera nera o mezzotinto. Dal 1971 ho inciso circa duecento lastre, nel produrre le quali il mio divertimento é stato soprattutto quello di scoprire le possibilità espressive che offre la conoscenza delle tecniche la cui interiorizzazione permette all’artista di possedere più vocabolari o meglio più grammatiche espressive con le quali sondare, piegare, sconvolgere le proprie esperienze, in modo da assorbire le possibilità emozionali del fare, scavalcando così l’ingannevole bisogno del “dire”. Questo modo di procedere lo applico anche all’insegnamento, cercando di trasmettere le conoscenze tecniche e tecnologiche delle discipline artistiche.
Ecco, parliamo della tua attività di insegnamento: che obiettivi ti proponi e cosa imparano gli allievi durante i tuoi corsi?
Anche se in modo soft, nei corsi di disegno e di tecniche pittoriche, gli allievi imparano vari metodi di riproduzione della realtà attraverso l’uso del segno e attraverso la conoscenza delle grammatiche espressive dei Maestri. Lo scopo che mi prefiggo in queste lezioni é quello di stimolare nell’allievo la voglia di applicare, in modo personale, magari nei suoi momenti di tempo libero, le conoscenze acquisite durante i corsi. Risvegliare quindi la parte creativa che c’é in ognuno di noi é lo scopo primario di questi itinerari artistici. Osservo che il bisogno di far riemergere le conoscenze sopite o di stimolare il talento creativo nascosto, si manifesta in modo evidente in chi si accosta alla pittura e al disegno; infatti l’applicazione a queste discipline, sollecita il desiderio della ricerca del bello e del buon gusto, affina l’osservazione di ciò che ci circonda maturandone l’intima conoscenza, rende più sicure le nostre scelte estetiche. Per ottenere questo é necessario che l’allievo abbia fiducia nel docente e soprattutto abbia fiducia nelle proprie qualità latenti.
Mi spiego meglio: l’allievo non deve mai pensare di non essere capace di realizzare ciò che il docente gli propone, anche se l’esercizio presentato gli può sembrare superiore alle proprie capacità. Per ultimo l’allievo deve capire che nella rappresentazione ci sono dei canoni compositivi da applicare e quindi da assimilare, regole peraltro semplici e facili. Apprese queste prime metodologie basilari, l’allievo procederà ad applicarle in funzione del suo gusto e della sua peculiare visione.
Ci sono molte persone che si dedicano alla pittura e al disegno, pur senza l’intenzione di diventare artisti famosi e affermati...
Non voglio dire che da questi corsi usciranno dei Piero della Francesca o dei Tintoretto, ma la qualità del lavoro sarà così dignitosa che non si avrà paura di affrontare il giudizio degli altri, e soprattutto, quel che é più importante, davanti ad un’opera d’arte si riuscirà a leggerne e a capirne le leggi compositive sulle quali appoggia la struttura espressiva.
Gianni Gastaldon