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OSSIDIANA TIME 7
newsletter semestrale di Ossidiana Centro Culturale e di Espressione

settembre 1997
quarto anno



Comunicazione: strumento fondamentale nelle relazioni
Comunicare con gli altri arte o metodo?

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La comunicazione è lo strumento fondamentale nelle relazioni tra persone. Tutto ciò che accade o che desideriamo avvenga tra noi e gli altri viene mediato da questa facoltà. Comunicare, quindi, non significa solo esprimere idee o sentimenti attraverso il linguaggio: più in generale è il modo mediante cui l’uomo articola e sviluppa le relazioni con i consimili.
Comunicare agli altri è un atto quotidiano che esercitiamo spesso inconsapevolmente senza renderci conto di come lo facciamo. Un lungo discorso non provoca il risultato sperato, una breve frase scatena una reazione imprevista, uno scambio partito con intenzioni collaborative si chiude con una rottura umiliante: l’esperienza quotodiana dimostra che ciò che ci prefiggiamo di ottenere nella relazione, spesso sfugge al nostro controllo.
La causa dell’insuccesso risiede nella scarsa padronanza e consapevolezza degli strumenti comunicativi utilizzati.
Si tratta di automatismo comportamentale che ha una duplice implicazione: da una parte consente di rendere più spediti e veloci alcuni processi relazionali e quindi di ‘risparmiare’ energia nei rapporti.
L’automatismo, però, è spesso causa della seconda conseguenza: l’incapacità di porre attenzione a quello che ci succede mentre comunichiamo porta a reiterare comportamenti disfunzionali che pregiudicano il rapporto con l’interlocutore.
Comunicare è un comportamento semplice solo in apparenza. Spesso siamo convinti di avere espresso compiutamente il nostro punto di vista, ma il risultato non è conforme alle nostre aspettative. Perché?
La comunicazione ha sempre l’intenzionalità di provocare un cambiamento nelle conoscenze, nei comportamenti o negli atteggiamenti dell’interlocutore. Se questo non si verifica, nonostante la buona fede dell’interlocutore, significa che chi comunica non ha saputo utilizzare linguaggio, modalità e strumenti adatti al partner. Quindi possiamo affermare che noi siamo i principali responsabili degli effetti o dei non effetti del nostro modo di esprimerci.
Comunicare con efficacia non è una dote spontanea: è pur vero che alcuni hanno questa capacità che considerano innata. La psicologia ha appurato che tutti possono apprendere semplici tecniche e accorgimenti per farsi comprendere e per convincere gli altri.
La prima cosa da apprendere è quella di adottare un comportamento flessibile: ogni persona rappresenta un universo a sé stante che il comunicatore deve comprendere se vuole farsi capire. Diretta conseguenza di ciò è l’apprendimento delle modalità di ascolto attivo attraverso l’uso di domande appropriate.
Calibrarsi sull’interlocutore significa, quindi, entrare nel suo mondo per scoprire qual è la sua modalità comunicativa privilegiata. Ciò vale sia nel rapporto a due, sia che ci troviamo a comunicare con gruppi estesi di persone.
Successivamente alla calibrazione, il buon comunicatore sviluppa le tecniche e le modalità per sintonizzarsi, cioé per mettersi nella medesima lunghezza d’onda del partner. E’ il momento in cui il contenuto del messaggio ottiene la massima efficacia se elaborato con strutture logiche, mediante una linguaggio positivo e con un approccio empatico.
Anche difficoltà, incomprensioni, critiche possono venire gestite adeguatamente per evitare che si trasformino in un rifiuto alla comunicazione e divengano pregiudiziali al rapporto.
Apprendere a comunicare significa imparare a capire “il linguaggio” di chi ci sta di fronte e ad esprimerci con quelle modalità. E’ come imparare una lingua straniera in più: sono indispensabili ascolto ed esercizio.
Ferruccio Cavallin


Apprendere a disegnare
Questione di “mano”?



Già agli inizi della sua esistenza, graffiare, incidere, segnare per raffigurare, significava per l’uomo possedere, manipolare, decidere la sorte dell’oggetto rappresentato. Con questo artifizio magico, con questo gesto segnico lo sciamano s’impadroniva della situazione, del momento, dell’essere. D’altronde dal descrivere, dal definire in modo preciso e immediato la forma degli animali, dipendeva la stessa sopravvivenza dell’uomo primitivo. Per questo l’uomo stregone delle caverne si concentrava sul disegno lineare del contorno, per mostrare così tutte le informazioni necessarie all’identificazione dell’animale. Il contorno lineare di un oggetto, di una forma si può quindi definire come un linguaggio inventato per raffigurare e definire il mondo circostante. Data però l’infinita varietà dell’informazione visiva, il disegno diventa un’interpretazione personale legata all’evoluzione del linguaggio espressivo.
Solitamente si definiscono con il termine disegno, le figurazioni nelle quali l’immagine è ottenuta attraverso un tracciato più o meno semplice, più o meno articolato su una superficie che costituisce il fondo. Nel tempo il disegno ha ricercato diversi obiettivi, tracciando svariati percorsi fino a divenire, da sostegno e da preparazione allo sviluppo dell’opera d’arte, a manifestazione d’espressività autonoma, con una propria valenza e una precisa identità, con chiare caratteristiche, finalità e regole. Scoprire attraverso un attento studio qual è l’apparenza essenziale di un oggetto, cercare di conoscerlo attraverso un’approfondita analisi per fornire all’immaginazione altre visioni di quell’oggetto, questa è una delle finalità del disegno. A questo punto tutta questa teoria, sembra scontrarsi con l’abilità del disegnare, la così detta “mano”. Esistono a tal proposito alcuni studi che sostengono che l’abilità nel disegno dipenda soprattutto dalla capacità di utilizzare un tipo di elaborazione delle informazioni visive diverso dal comune; questa elaborazione passa da una di tipo verbale-analitica, a una di tipo spaziale-globale. Sempre secondo questi studi, il nostro cervello è strutturato in due settori: l’emisfero sinistro e l’emisfero destro, nei quali avvengono i processi cognitivi del pensiero e del ragionamento. L’emisfero sinistro presiede alle funzioni razionali, analitiche, verbali, logiche, mentre l’emisfero destro presiede alle funzioni non verbali, sintetiche, spaziali, intuitive. Quindi lo sviluppo dell’attività dell’emisfero destro del cervello facilita l’apprendimento del disegno, essendo questo legato all’espressività e alla ricerca strutturale. Da queste osservazioni si può dedurre che il saper disegnare non è perciò una questione di “mano” ma è un’esaltazione delle funzioni di una parte della nostra mente: la parte destra quella che, in pratica, ci fa intendere la percezione delle cose senza il ricorso ad una descrizione verbale, quella che eccita la visione contemporanea di tutti gli aspetti di un oggetto e che quindi ne legge le sue strutture, quella che guida l’ideazione unita ad impressioni, a sensazioni o a immagini visive. Per cui quando si disegna non si mostra soltanto l’oggetto rappresentato, ma si mostra anche noi stessi; singolarmente, più noi vediamo e disegniamo chiaramente ciò che ci circonda, più gli altri ci vedranno chiaramente e più noi impareremo a conoscerci.

Ivo Mosele


Uno stile per chi ama osservare e ascoltare
Conquiste di viaggio


Partendo da Vicenza e andando verso nord ovest, dopo un breve viaggio aereo si incontra la città di Parigi. Città in cui le piazze sono nate in onore dei re che l’hanno governata, ma dove potresti essere nato anche tu, perché ti senti a casa tua, sarà per il clima, sarà per il cibo, sarà per gli abitanti o per i giardini e i palazzi. Qui, se non ci si accontenta di una visione offuscata, fugace e anonima da un finestrino, ognuno ha la possibilità di trovare ciò che cerca, e, anche quando la città sorprende, è sufficiente ascoltare, guardare, annusare, sentire, sintonizzarsi sulla sua lunghezza d’onda in un’immersione totale, lasciarsi circondare dalla città, farne parte, fidarsi di lei, essere una frazione della sua vita, partecipare ad un momento della sua storia. Allora è possibile uno scambio reciproco in cui anche a noi è dato impossessarsi della città che ci ospita e nella quale ci aggiriamo esploratori curiosi ed incantati. E, per chi, appagati gli occhi ed il cuore con i grandi capolavori, passeggia piacevolmente per le sue vie, non c’é il tempo per annoiarsi: ad ogni angolo, nella prospettiva di una nuova strada, in qualsiasi slargo può trovare piccoli e grandi tesori in cui, tra arte e storia, si intreccia la vita della città. Per chi presta attenzione a tutto ciò i ricordi affluiscono facili alla mente, e una strada, un monumento, un bistrot, un nome riportano alla memoria immagini, letture, fatti, brandelli di studi e notizie di attualità, echi lontani e vicini nel tempo, frammenti di vite, lotte, splendori, ideali che hanno fatto palpitare e sussultare per secoli questa città. Per chi si innamora a prima vista di un quartiere, una via, una piazza, un palazzo, nasce urgente il desiderio di possederli e di viverci, o va delineandosi gradualmente, con discrezione, il sogno di un progetto a più lunga scadenza, per poterci forse un giorno abitare. Per chi ama osservare ed ascoltare è riservata la scoperta di fili sottili e profondi, piccole cose in cui riconoscersi, affinità elettive che confondono in lui l’appartenenza ad un altro luogo d’origine. Per chi ama riportare a casa ricordi filtrati dalle emozioni ha la possibilità di scegliere se custodirli per sé come piccoli segreti privati o lasciare che catturino l’immaginazione di coloro a cui sono stati disvelati, come l’intensità della vertigine da un’altezza panoramica, l’occhiata impertinente di un passante, l’emozione di ritrovarsi improvvisamente in uno spazio sproporzionato alla nostra grandezza, il fluire facile lungo la via calamitati da mete successive in continua trasformazione, il gran piacere di una cena in compagnia, il meritato relax seduti all’ombra in cui si può guardare il panorama o chiudere gli occhi stanchi ed ascoltare silenzio e rumori che popolano una visione tutta nostra. Tutte cose che si possono gustare in qualsiasi luogo, ma che diventano speciali perché vissute in questa particolare città, proprio in una situazione unica che ci fa godere di quell’attimo di realtà e che fissa la realtà in un ricordo.
Questo ed altro abbiamo provato nell’ultimo viaggio con Ossidiana, destinazione Parigi, città particolarmente viva, accogliente, palpitante, bella.
Questo è il nostro stile di viaggio, stile da protagonisti, da osservatori e ricercatori, ma anche amanti delle cose belle e del piacere che deriva dal conoscerle, ammirarle, toccarle in una fruizione né passeggera, né superficiale, ma che lascia un segno personale in ciascuno, una rielaborazione individuale, un desiderio preciso di ritorno, ma soprattutto la consapevolezza di una conquista: la fiducia nella propria capacità di ascoltare, conoscere ed apprezzare ciò che prima si presentava vago e insicuro e che ora, dopo averlo conosciuto e studiato, ci appare familiare, affascinante, gradevole o addirittura entusiasmante. Questa è la potenza della cultura che riesce ad affrontare e trasformare resistenze, paure, pregiudizi. Parigi, sinceramente, penso non faccia paura a nessuno, ma è già un buon inizio, o un buon banco di prova, un graduale e valido allenamento, uno stimolo per affrontare altre realtà più impegnative a cui Ossidiana inviterà chiunque desideri cimentarsi o appassionarsi ai viaggi per conoscere, confrontarsi, e non solo vedere da spettatore, ma esserci, partecipare, vivere in prima persona il contatto con altre realtà culturali e sentirsi, riconoscersi cittadino del mondo.

Franca Pretto


Il confronto con altre culture è sempre fonte di crescita
Parlare di altre civiltà



Da sempre le culture altre rappresentano mondi affascinanti e misteriosi, luoghi fisici e mentali (la fantasia, grande e eccezionale propulsore di spostamenti immaginari!) dove è consentito costruire un discorso di umanità alternativa, mete ambite che, almeno una volta nella vita, si vorrebbe poter raggiungere. Il viaggio, l’esplorazione, il contatto con un altro popolo sono esperienze che aiutano a far conoscere e apprezzare il diverso nella molteplicità delle sue manifestazioni e che spingono ad allargare le vedute e i criteri di analisi con i quali ci si accosta a universi che non sono i propri. Non è facile tuttavia comprendere e parlare di altre civiltà: nell’approccio con ciò che non è familiare si porta sempre con sé un bagaglio di nozioni acquisite, una forma mentis, frutto del dove e del come si è, che inevitabilmente compromettono la possibilità di cogliere il senso di ciò che si indaga al di là di coinvolgimenti sentimentali, di adesioni passionali e di pre-giudizi che denunciano un atteggiamento di attesa e non di sorpresa verso il non conosciuto.
Paradossalmente si ama di più (ma il termine non è corretto perché indice di una appartenenza, di una inclinazione personale, non di una visione obiettiva e disinteressata) un paese altro quando lo si studia da lontano o quando lo si visita per un breve periodo, ossia quando i confini geografici e, soprattutto, umani rimangono ben delineati; al contrario, non si sopportano, o si tollerano a malapena, le “interferenze” razziali, le permanenze, in particolare se imposte, inattese, o definitive, la con-fusione dei popoli.
Nei confronti di quello che viene da altrove, vicino o lontano che sia, si avverte subito un senso di disagio, di inadeguatezza, quasi di diffidenza: il diverso, l’altro divengono allora una sorta di enigma e di inciampo, un incontro scomodo che, in certi casi, è più semplice, e auspicabile, evitare, rifiutare piuttosto che affrontare. Non si è dunque equilibrati nel rapporto con ciò che è “diversità”, perché non si è abituati o formati al continuo e vario confronto con esso: il rispetto, la convivenza e la partecipazione sono attitudini della mente, non dello spirito; non preesistono come pulsioni dell’istinto, non sono innati nell’animo, ma si acquisiscono attraverso l’educazione alla pluralità delle visioni e alla disposizione al dialogo.
Non esistono culture migliori, più comprensibili, più evolute di altre. Vi sono culture variamente rappresentate nel mondo e vi sono modi differenti di comunicare la particolarità e la non ripetitività di ognuna di queste culture. Ogni cultura è potenzialmente una civiltà modello, un’interpretazione originale e non restrittiva di idee, sistemi, strutture che non valgono in senso assoluto, ma per la loro adattabilità e variabilità: nessun assioma indiscutibile, nessun “a priori”, ma il valore della relatività delle cose e della interpretazione secondo più codici di lettura.
Straniandosi dalla realtà, assumendo uno sguardo oggettivo che permetta di abbandonare la “deleteria e delirante arroganza” della cosiddetta civiltà superiore, è forse possibile scoprire la polivalenza del nuovo che non equivale necessariamente a violazione, a trasformazione, a cancellazione, insomma alla morte della propria cultura in favore di quella di un altro popolo, ma a conservazione e mantenimento, e, specialmente, a condivisione e arricchimento.
Il diverso così come viene espresso nella cultura altra è solo un pretesto, una scusa, un “incidente di percorso” che consente di abbattere l’assolutezza di certi criteri di giudizio, di accettare l’infinita variazione dei significati e di ammettere la discutibilità di ogni punto di vista. Poi si può anche decidere di essere buddisti, musulmani, induisti o cristiani: l’importante è aver visto il sé e l’esatto contrario del sé.
Deborah Marra


L'intervista a
Franca Pretto
Ricercatrice affascinata dallo straordinario gioco del movimento
che lascia parlare la totalità della persona


A Ossidiana molti laboratori di attività corporee sono affidati a Franca Pretto con lezioni di espressione corporea, stretching e ginnastica dolce.

Ricordo negli anni Settanta la tua convinzione nel sostenere l’unità della persona, la sua globalità...
Terminati gli studi all’ISEF e iniziata la carriera scolastica, ho avuto la grande fortuna di conoscere e seguire gli insegnamenti, a quel tempo nuovi ed illuminanti, di alcuni amici, nonché di Bernard Aucouturier, di Thérèse Bertherat e successivamente di Susanne Martinet, ma anche di molti altri studiosi e ricercatori nel campo della corporeità e del movimento. Ero e sono profondamente convinta che ognuno di noi è un tutt’uno in continua evoluzione, corpo e psiche, materia e anima, intelletto e sentimento, razionalità ed emozioni....e che un lavoro sul corpo non può riguardare solamente la parte meccanica del movimento. E’ questo principio che anima la mia ricerca di tutti questi anni, un lavoro affascinante,aperto, in continua evoluzione, che ha segnato profondamente la mia vita.
Come è collegato il tuo lavoro alla quotidianità?
Questa tecnica corporea insegna a prestar attenzione al non verbale, al linguaggio dei simboli che è immediato ed efficace.
In situazioni di comunicazione, oltre al piano del contenuto, è il contesto relazionale a colorare di significati il singolo messaggio; esso si manifesta anche attraverso l’atteggiamento, la gestualità, lo sguardo, il tono, il ritmo respiratorio, la distanza, l’orientamento spaziale, l’uso dei tempi, la predominanza di parti del corpo, il contatto, la voce, ecc. Sono tutte modalità che noi scegliamo, per lo più, senza rendercene conto, ma che vengono profondamente percepite da noi stessi e dal nostro interlocutore, condizionando l’andamento e l’esito della relazione. La consapevolezza di queste modalità, la capacità di gestirle, l’apprendimento e la sperimentazione di nuove possibilità, la capacità di uscire ed entrare in ruoli diversi, facilitano e danno qualità alla comunicazione.
E l’espressione corporea ci può aiutare?
La tecnica che propongo vede corpo e movimento in chiave espressiva e di comunicazione e, attraverso uno studio pratico, offre i mezzi per conoscere ed arricchire queste modalità corporee con cui ognuno si presenta nella quotidianità e si relaziona agli altri, riequilibrando di continuo il rapporto tra realtà esterna ed interna. Ma attenzione, il corpo non parla solo attraverso segnali codificati e classificati per essere interpretati. E’ essenzialmente portatore di simboli. Che rinviano a una storia, alla nostra storia.
In pratica come conduci le lezioni?
E’ un gioco continuo, straordinario, che va oltre le costrizioni razionali e lascia parlare la totalità della persona. Propongo esercizi, esperienze semplici e pratiche, temi da sviluppare. A situazioni di analisi “tecnica” ed acquisizione di mezzi utili alla sensibilizzazione ed all’integrazione corporea, che danno una maggiore sicurezza e padronanza di sé, si alternano situazioni di sperimentazione e ricerca a coppie ed in gruppo che portano al riconoscimento e miglioramento della propria immagine corporea e delle proprie modalità di relazione: imparare a conoscere, accettare, valorizzare e gestire le proprie emozioni per non temerle e per poterle riconoscere ed accettare anche negli altri.
Perché il lavoro con gli allievi?
Mi spinge il mio interesse curioso: come ciascuno risponde, come sperimenta le situazioni proposte, con le caratteristiche e le esperienze personali. Il movimento parla del nostro mondo interiore, rivela, prima di tutto a noi stessi, chi siamo. Le soluzioni dei corsisti sono generalmente differenti tra loro, ma se ascoltiamo bene ci accorgiamo che in ogni risposta degli altri possiamo ritrovare qualche aspetto di noi. Trovo interessante questo riconoscersi negli altri pur all’interno di un mondo ricco di differenze. Si impara molto anche tenendo lezione.
E i corsisti cosa imparano?
Con gli allievi si parte per un viaggio che ha delle regole, ed anche se i singoli percorsi si differenziano tra loro per scoperte, acquisizioni, modi di sentire, si viaggia comunque insieme per arrivare a conoscere, valutare, gestire meglio se stessi.
Offro quindi un’occasione per lavorare su di sé, per conoscersi maggiormente, accettarsi e piacersi. Ognuno di noi è ricco di possibilità, di qualità, ma spesso non ne siamo consapevoli, ci sottovalutiamo, ci conosciamo superficialmente e prestiamo ascolto solo ad alcuni aspetti di noi. Crescere, riconoscere le proprie qualità, vincere alcune paure o disagi nella comunicazione, sentirsi più forti e sicuri dentro; si è poi più disponibili e sereni verso gli altri.
Quali le regole per viaggiare assieme?
Ad esempio lasciare fuori l’abitudine di dare giudizi. Soprattutto su di sé: spesso la paura del giudizio ci fa sentire inadeguati, impacciati. Anzi è utile chiedersi il perché del disagio: questo viene dalla nostra storia, forse da esperienze spiacevoli di giudizi negativi subiti. L’immediatezza della tecnica corporea è molto forte: in un attimo gioco una serie di aspetti della mia vita e il problema che c’è nel lavoro è quello che ci accompagna nella vita. Questo è un lavoro interessante, piacevole, divertente, richiede pazienza e disponibilità, allena a concentrazione, ascolto, presenza, pensiero divergente e libera l’immaginazione. Si può anche imparare a prendersi il tempo necessario per ascoltare, esplorare, respirare, rispondere: acquisizione non trascurabile in una vita fatta di corse, di imprevisti, di acqua alla gola, di “apnee” e rigidità.
E’ valido per tutti?
Sì, ne sono convinta. E’ utile a tutti lavorare su di sé: questa è la strada che ho scelto io assieme a tante altre persone. Altri preferiscono percorsi diversi ottenendo ugualmente soddisfazione e risultati, ognuno sceglie a seconda delle proprie convinzioni, esperienze, attitudini.
Cosa è il corpo per te?
E’ il primo e grande “strumento” che ci fa entrare in contatto con la realtà circostante, ci permette di conoscerla e di manifestarci a nostra volta. Con il movimento è la mia totalità che si manifesta. Il corpo è “sacro”, perché portatore di storie, contiene infinite gioie e sofferenze passate, ed anche se presenta caratteristiche fisiche ben determinate è in continuo divenire per ciò che concerne l’immagine che noi abbiamo di noi stessi. Il mio lavoro corporeo è un modo per intervenire sulle forme rigide del modello posturale del corpo, dell’immagine corporea; la connessione tra movimento e atteggiamento psichico è profonda. Il corpo va ascoltato, rispettato, valorizzato. Troppo spesso lo trascuriamo, lo ascoltiamo solo quando il dolore si fa sentire da qualche parte, e, quando ce ne prendiamo cura, riusciamo solo ad aggredirlo, sottometterlo a regole che non sono le sue, che lo stravolgono e lo fanno soffrire, e noi con lui. E’ una sofferenza non solo fisica, che è già molto, ma soprattutto psicologica, fatta di senso di inadeguatezza, traguardi irraggiungibili, frustrazioni per non potersi accettare e piacere per quello che già si è e si vale.
Progetti per il futuro?
Continuare a crescere. Le opportunità le trovo sia nelle piccole cose del quotidiano, basta farci attenzione, sia le vado a cercare: attualmente proseguo la mia specializzazione presso l’Istituto di Medicina Psicosomatica “Riza” di Milano e naturalmente continuerò la mia attività di insegnamento.
Gianni Gastaldon