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OSSIDIANA TIME 3
newsletter semestrale di Ossidiana Centro Culturale e di Espressione

settembre 1995
secondo anno

Da zero a tre anni
OSSIDIANA TIME 30
OSSIDIANA TIME 29
OSSIDIANA TIME 28
OSSIDIANA TIME 27
OSSIDIANA TIME 26
OSSIDIANA TIME 25
 

Se ci fermiamo un attimo per guardare indietro nel tempo, dapprima fatichiamo un po’ a riconoscerci nelle stesse persone di tre anni fa, quando tra entusiasmi, dubbi, intuizioni e paure abbiamo affondato le radici in quel di Saviabona per far crescere Ossidiana rigogliosa e robusta e per concretizzare al meglio le sue possibilità culturali ed espressive. Ma le emozioni non si posssono dimenticare! Hanno segnato le diverse tappe del nostro percorso ed ora ci guidano a ricordare.
E ricordiamo le idee come fuochi d’artificio, le difficoltà burocratiche iniziali, le soddisfazioni, le nuove amicizie, le grandi e piccole paure, gli errori inevitabili e indispensabili, le lunghe ore di progettazione, l’orgoglio di arrivare a capire ed imparare sempre qualcosina di più.

Certo che convinzione, idee ed energie non sempre sono sufficienti: determinanti si rivelano spesso le capacità organizzative per la programmazione e la riuscita di attività molteplici svolte in contesti differenti. Ma, punto di forza per rendere vitale Ossidiana è l’insieme variegato degli associati: molte le età, diverse le esigenze ed i talenti, ampie le risposte.
L’interesse e la partecipazione di certo non mancano ed ognuno può trovare spazio per soddisfare desideri, per stimolare la propria fantasia, per agire e misurarsi in concreto, per subire il fascino delle varie “arti”, per sentirsi bene in un luogo conosciuto ed in continua trasformazione, per contribuire a renderlo sempre più bello e vivo. Il tutto confluisce in un’azione complessa, fortemente articolata, incentrata sul riconoscimento della persona, secondo uno stile proprio, già delineato in più occasioni, che si va evolvendo ed affinando sempre più.
Fecondi, intensi, positivi questi primi tre anni gettano solide basi per lo sviluppo di Ossidiana e segnano profondamente la sua futura vita.
La Redazione


Istanti di forte emozione per soddisfare il bisogno di bellezza e poesia
“Dentro” la fotografia


Descrivere ciò che si prova quando si preme il pulsante di scatto della macchina fotografica è molto difficile, forse impossibile.
Sicuramente è un attimo bellissimo. E' un istante di forte emozione, di intensa aspettativa; è il momento effimero per il quale si lavora molto e dal quale ci si aspetta un risultato positivo: un'immagine che sia veramente nostra, originale che premi i nostri sforzi di ricerca, studio, applicazione. Il clic meccanico disegna sulla pellicola l'immagine che abbiamo già in mente, che abbiamo studiato in tutti i dettagli,che già è nostra. Lo scatto ce ne fa solo una copia materiale che ricorda il momento dell'intuizione e ci dimostra che sappiamo condensare certi attimi particolari, far rivivere delle sensazioni che altrimenti svanirebbero presto, che sappiamo comunicare.
Fotografare significa scrivere con la luce, tradurre in figure le vicende della nostra vita fisica e psicologica. Certi fotografi riescono anche ad andare oltre: sanno scoprire il segreto di uno sguardo, svelare l'armonia di un corpo, comunicare il fascino del giuoco fra un'ombra e un raggio di luce, sanno indagare nell'animo dei loro soggetti e nella vita silenziosa degli oggetti.
Quando si guarda un paesaggio, si osserva il viso di una bella ragazza, o si segue con lo sguardo il raggio di luce che disegna arabeschi su di un antico muro veneziano, quando ci si sofferma a riflettere sul sorriso di un bambino, si sta creando un’immagine; quando il fotografo osserva, forma mentalmente l’immagine. Solo dopo interverranno gli strumenti tecnici che permetterano di concretizzare una copia di quell'immagine, di quel momento creativo.
C’é un attimo in cui si attua la fusione fra fotografo, immagine reale e strumento meccanico; e niente può superare l'emozione data da quell'attimo di silenzio che determina una fotografia. Un silenzio che parla un linguaggio indecifrabile dal quale possiamo solo tentare di “tradurre” un’immagine che racconti i nostri stati d'animo, un pezzo di poesia. Infatti nella fotografia c'è sicuramente l’oggettività: la tensione culturale, l'analisi, lo studio, il progetto di un'indagine;ma c’è anche la soggettività: l'intenzione di poetare, di interpretare la realtà secondo i convincimenti che il nostro essere interiore determina.
“Dentro” la fotografia c’è insomma la necessità che la nostra esistenza non sia spogliata dai valori di bellezza, di qualificazione umana, che la nostra vita non si faccia arida e triste, limitata a soddisfare limitati bisogni.

Ercole Ortelli


Si sono concluse le lezioni di Cultura Giapponese con una suggestiva cerimonia
Il Giappone in una tazza di tè

Pensare di portare un po’ di Giappone nelle nostre case e nella nostra vita senza dover intraprendere lontani viaggi può sembrare pretenzioso e, forse, utopistico. Eppure il Paese del Sol Levante non è stato mai così vicino come nelle lezioni del corso di Cultura Giapponese tenute a Ossidiana che hanno reso possibile l’esplorazione di aspetti e caratteristiche di un mondo tanto attraente quanto difficile da perlustrare e conoscere in modo definitivo.
Del cuore della civiltà nipponica non si intravvede ancora il fondo: tanti sono gli spunti e le considerazioni che sorgono spontanei dall’incontro-scontro con il diverso, che ogni volta si scopre di essere solo all’inizio di un lungo percorso di apprendimento e perfezionamento, non dissimile nel significato dal cammino di ricerca del saggio taoista o del monaco buddista.
Il fascino del Giappone risiede paradossalmente nel connubio fra tradizione, che si rivela nel rispetto e nell’osservanza di usi e costumi vecchi di secoli, ma ancora carichi di valore religioso e sociale, e quotidianità, così industrializzata e ultra-moderna da far sorgere il dubbio che i giapponesi siano tutti alienati: sotto l’ingranaggio della macchina più sofisticata l’attento osservatore riesce ancora a scorgere il gusto e la bellezza della Storia antica, fatta di leggende e samurai, di inchiostro di china e haiku, di pratiche ascetiche e bosatsu, di geisha e culto del tè...
La cerimonia del tè rimane forse il simbolo più noto e completo della cultura giapponese. Nel chanoyu (cerimonia del tè) eseguito per noi a conclusione del corso dalla signora Kaneko, dedita a quest’arte da molto tempo, l’uomo abbandona se stesso e i propri affanni per ritrovare la primordiale armonia della creazione, il sapore del nulla eterno che tutto avvolge, l’unione con le cose e le (altre) persone: il tempo si sospende, il passato si con-fonde con il presente, e nei gesti precisi e austeri del sensei rivive la devozione con cui Sen no Rikuju, maestro e innovatore del wabicha, serviva il tè allo shògun Hideyoshi...
Per il giapponese la raffinata semplicità della tazza di tè sta al centro del destino della propria civiltà e dell’esperienza stessa della vita.
Deborah Marra


Vicenza-New York: la magnifica avventura

Finalmente abbiamo assaporato la “Grande Mela”! Animati dalla stessa innocente cupidigia di Biancaneve l’abbiamo morsa con avidità e stupore e come Biancaneve siamo rimasti storditi. New York così lungamente attesa e sognata, si è materializzata in un luminoso mattino di primavera e per otto giorni ha generosamente appagato anche le più segrete aspettative.
E’ stato un gran successo. Una magnifica avventura organizzata con intelligenza e passione da Franca e Gianni Gastaldon che ci hanno proposto un programma molto ricco e diversificato: i musei più famosi del mondo, gli spettacoli tipicamente americani, la città attraverso i suoi quartieri più significativi, di giorno e di notte. In metropolitana o in taxi o a piedi ci siamo gradualmente inseriti nel tessuto della città, mescolandoci ai suoi abitanti, senza sentirci l’etichetta di turisti incollata sulla fronte: eravamo in trentacinque, ma non si capiva: ciascuno si aggregava in base alle proprie esigenze, senza imposizioni dall’alto, libero di partecipare al “lavoro di gruppo” o di fare il “solista”.
Indovinata anche la scelta di Toni Vedù, nostro “maestro d’arte”, di illustrarci il “prodotto americano”, fruibile soltanto lì e non altrove. Poi comunque erano lasciati a ciascuno tempo e spazio per scoprire con “gridolini di gioia e di stupore” anche i mostri sacri dell’arte europea ed italiana in particolare.
E’ stato un modo insolito di viaggiare, di visitare,
di esplorare, un modo stimolante e creativo, non da turisti intruppati, ma da amici curiosi e un po’ sbarazzini e tuttavia seguiti con attenzione e premura, accompagnati con mano leggera. Proprio la possibilità di sciogliersi e ricomporsi in funzione delle attitudini individuali, impedendo l’ “usura da convivenza forzata”, ha generato nella comitiva un clima di grande cordialità e partecipazione. Alla fine ciascuno avrebbe potuto rifare tutto da solo, senza l’ansia di perdersi o la sindrome dell’abbandono, perché in quegli otto giorni aveva imparato ad autogestirsi.
E’ stata un’esperienza indimenticabile e perciò aspettiamo con ansia il viaggio del prossimo anno.
Mariagrazia Stocchiero


L'intervista a
Pino Costalunga
Un artista racconta l’esperienza di anni e il suo pensiero sull’Arte Teatrale


L’ultimo applauso si è appena spento nella sala Ossidiana. Gli allievi, coraggiosi e disinvolti, davanti ad un gruppo di amici e parenti ha appena superato “l’esame” finale del corso di teatro e recitazione: esibirsi di fronte ad un pubblico. Applausi calorosi anche per il docente, che sorride sornione: Pino Costalunga, attore, regista, autore di testi teatrali, proprio quest’anno festeggia il suo ventennale di attività.

Ma, Pino, cosa è per te il Teatro e cosa ha significato nella tua esperienza personale?
Il mio rapporto con il Teatro nasce già dai tempi del Liceo, quand’ero studente. Ciò che mi ha fatto appassionare a questa attività è proprio la scoperta dello stretto rapporto corpo e parola che il “far teatro” esige. Lo studio di questo rapporto è mezzo efficacissimo per aiutare la fantasia e la voglia di comunicare insita in ognuno di noi.
Come consideri oggi il Teatro?
Una forma d’Arte fortemente in crisi per molti motivi differenti: anzitutto lo strapotere della Televisione e la concorrenza del Cinema, ma soprattutto una incapacità generalizzata interna al teatro stesso, in ogni ordine e grado, di ripensarsi e quindi di rinnovarsi. Questo è dato da una paura insita in molte compagini di affrontare esperienze nuove e da una scarsa preparazione tecnica, artistica e, molto spesso, culturale. Ci capita perciò in questi ultimi anni di vedere messa in scena una specie di “muffa teatrale” o qualcosa che sembra più celebrare la “morte del teatro” che non la sua vitalità: spettacoli che sono una mostra museale di qualcosa che non serve più e che non ha più niente da dire e non aggiunge assolutamente nulla a quello che c’è già o già si è visto. E’ per questo che nei miei corsi, nel Veneto e fuori, tendo a portare avanti contemporaneamente all’insegnamento di tecniche e metodi di recitazione, anche un discorso ben preciso di difesa e di rinnovamento del Teatro, in modo tale che ognuno di noi possa farsi carico di questo problema.
Come attore e regista tu hai avuto soddisfazioni e riconoscimenti sia in Italia, anche con la RAI, che all’estero, ma cosa bisogna fare per diventare attore?
Per diventare un uomo di teatro (badate che io non parlo mai di attore, poiché ritengo unica l’esperienza di recitazione, regia e scrittura) è necessario intanto considerare il teatro un lavoro come tanti altri, lavoro artigianale che ha bisogno di dedizione, studio, pazienza e soprattutto una forte dose di umiltà verso una tradizione che ha millenni di storia alle spalle. Il teatro è in fondo un’arte semplice ma molto alta, e come tutte le cose di questo tipo rischia di essere o presa con troppa disinvoltura o caricata di connotazioni che non gli sono proprie. Il teatro è prima corporalità, poi intelletto. Il teatro è linguaggio: il linguaggio dei gesti, delle parole, delle assonanze, dei ritmi.... e credo che una possibile via al futuro del teatro sia proprio lo studio del linguaggio.
Cosa insegni ai tuoi allievi?
Insegno le tecniche per considerare la parola in funzione del corpo e viceversa e per sfatare la diffusissima opinione che testo-dizione-movimento siano tre cose diverse. Il mio primo invito agli allievi è quindi quello di sgombrare la mente da pregiudizi del tipo: “il corpo è basso-la mente è alta” o “tutto ciò che è intellettuale esclude la corporeità”, eliminare vizi di comportamento acquisiti in anni di “convenienze” formali e sociali. In poche parole cerco di aiutare l’allievo a ritrovare almeno in minima parte se stesso vero. Per questo penso che l’affrontare lo studio delle tecniche teatrali possa servire non solo agli addetti ai lavori, ma anche a chi del teatro non vuole farne una professione, ma solamente un mezzo di crescita personale.
Quali i tuoi progetti per il futuro?
Molteplici: continuare la mia attività teatrale, la ricerca sul comico e sul teatro dell’epoca Rinascimentale e Barocca Veneta (col veneziano Teatroimmagine, che mi ha portato fortissime soddisfazioni come vedere un mio testo teatrale oggetto di studio all’Accademia Drammatica de Il Cairo, ed il successo che sta ottenendo soprattutto all’estero); inoltre incrementare il lavoro di invenzione teatrale (testi e regie) che è l’ambito che oggi mi interessa di più e che mi ha dato maggiori risposte incoraggianti; e poi continuare a tenere Laboratori Teatrali per adulti e ragazzi, come faccio da anni anche qui.
Anzi quest’anno all’Ossidiana non solo continuerò a tenere corsi di recitazione, ma anche un nuovo corso di “narrazione” dove metterò a frutto e le mie esperienze di scrittura e le mie esperienze di lavoro creativo con i ragazzi per insegnare agli adulti a costruire e narrare storie.
Gianni Gastaldon