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OSSIDIANA TIME 1
newsletter semestrale di Ossidiana Centro Culturale e di Espressione

settembre 1994
primo anno

Editoriale
OSSIDIANA TIME 30
OSSIDIANA TIME 29
OSSIDIANA TIME 28
OSSIDIANA TIME 27
OSSIDIANA TIME 26
OSSIDIANA TIME 25

Ci è sempre piaciuto ricevere a casa valide informazioni sugli eventi culturali che possono stimolare o soddisfare i nostri interessi e le nostre curiosità, e, soprattutto, abbiamo sempre gradito poter consultare i materiali di informazione con la dovuta tranquillità, soffermandoci a rileggere qualche passo per capire meglio, o magari riprendendone la consultazione a distanza di tempo.
Da un piccolo sondaggio condotto presso amici, collaboratori e soci del Centro Culturale e di Espressione “Ossidiana”, abbiamo potuto verificare che questa nostra esigenza non è solitaria. Ecco, quindi, nascere OSSIDIANA TIME, semestrale, almeno per ora, di informazione che ospita gli articoli riguardanti argomenti a noi “cari” e i programmi culturali tanto richiesti da moltissimi di voi. Con i nostri articoli speriamo di incuriosirvi e di riuscire a darvi un’idea su aspetti culturali che non sono tra i vostri favoriti o semplicemente poco conosciuti. Se poi volete saperne di più, o discuterne con noi, questo ci farà certamente piacere. Le attività da noi proposte si svolgono presso la bella sala di Ossidiana, Circolo ArciNova, e la loro caratteristica essenziale è che ognuno partecipi in prima persona, dando concretamente espressione alle proprie attitudini ed ai propri interessi. Sotto la guida e l’insegnamento di validi docenti si possono imparare o affinare delle tecniche, ma anche relazionarsi con gli altri in un confronto costruttivo all’interno di piccoli gruppi di lavoro.
Sappiamo che ognuno ha una sua motivazione per associarsi e per partecipare, come pure per leggere ciò che è scritto su questo giornale. Da parte nostra noi siamo sicuri che ci leggerete e che a qualcosa sarà servito. Quindi vi auguriamo buona lettura!
La Redazione


Da metà luglio una interessante Mostra a Verona
Henri de Toulouse Lautrec

Tra le sagome inconsistenti della folla ai teatri -il Moulin de la Galette, il Moulin Rouge...- o tra il moltiplicarsi, fitto, delle pennellate nervose, filamentose -sono gli anni di Van Gogh, di Munch- ecco delinearsi un volto. Proprio attorno a questi ritratti, celebri o anonimi, sembra nascere il quadro di Toulouse-Lautrec, ritratti pregni della sua abilità di disegnatore e di osservatore acuto della realtà umana; mentre intorno ad essi le figure e lo spazio, indistinti come spesso nei quadri impressionisti, vengono affidati al segno sapiente, inconfondibile del pittore, che tutto controlla e sa suggerire, incurante dei volumi e delle reali profondità, ma sicuro nel tracciare silouettes -il guizzo di una gonna, lo scatto di una gamba- o, come in una stampa giapponese, diagonali, linee di fuga.
Tolouse-Lautrec accoglie le suggestioni del suo tempo, l’ultimo Ottocento, e fa suoi il segno leggero e la tenera pastosità dei colori di Degas, la intensa e gioiosa vitalità di Renoir, la spazialità sincopata, lontana dalla tradizione occidentale, delle stampe giapponesi, che già avevano affascinato Manet, e poi Monet e Van Gogh. Ancora, possiamo ammirare nei numerosi manifesti -alla cui storia ha dato un’impronta fondamentale- le stesure piatte di colori saturi, racchiuse da linee eleganti, voluttuose, memori dei pittori giapponesi, dei Nabis, di Beardsley.
Ma, messe talvolta in disparte le ricerche e le preoccupazioni formalistiche, anch’esse del suo tempo, Tolouse-Lautrec diventa il cronista-cantore, mai troppo appassionato, mai moralista, dei luoghi di svago parigini -dai teatri, alle balere, alle case di piacere- e dei loro frequentatori, che il pittore, “nano, brutto, deforme”, bene conosceva, e che, nelle tele e nelle litografie, ha saputo mettere a fuoco, ora cogliendone i tratti più vivi e caratteristici (indimenticabili quelli di Yvette Guilbert, di Cha-U-Kao...), ora ritraendoli con discreta intimità.
Simonetta Albanese

 
   
Franca Pretto e l’Espressione Corporea
Il Linguaggio del Corpo

Mi sorprende sempre l’intensità espressiva che attraversa il gesto nel lavoro di ricerca sull’espressività del corpo: emozioni e sentimenti si condensano in posture, in movimenti puliti ed essenziali, la chiusura del corpo, una mano che si apre, l’immobilità di una posizione... il gesto disegna nello spazio linee, forme; gli atteggiamenti corporei esprimono sentimenti, stati d’animo e raccontano le nostre storie, slanci e paure, con un linguaggio più vero, forse, di parole che a volte ci nascondono.
Dall’esperienza spontanea del linguaggio del corpo, attraverso il lavoro dell’Espressione Corporea è possibile scoprire caratteristiche particolari di un linguaggio diverso, riuscendo a comporre “frasi” che utilizzano queste possibilità e diventano gesti, movimenti, contatti,...linee fluide, improvvisi cambi di direzione.
Questo linguaggio, così ambiguo e inafferrabile, è diventato oggetto di analisi, di studio, di ricerca per Franca Pretto che, negli anni ha messo a punto un proprio metodo di lavoro. Si è andata così definendo una “grammatica” del linguaggio del corpo, con proprie regole e codici: lo sguardo, il tono muscolare, le posture, la distanza, i contatti; l’uso consapevole di tali “regole” permette un ampliamento delle possibilità espressive e comunicative di ciascuno di noi. Gli oggetti diventano mediatori di relazioni, ma anche strumenti espressivi per amplificare il gesto, il movimento. I limiti che Franca pone nelle sue proposte portano i singoli e il gruppo ad esplorare le possibili direzioni di ricerca espressiva, a cercare, a scoprire, proprio a causa del “limite” risorse, possibilità nuove ed interessanti. E’ possibile, e dà anche grande piacere ad ognuno, scoprire nuovi modi di affrontare una situazione, di dialogo, di conoscenza di sè; il lavoro porta ad entrare in contatto con se stessi, ad ascoltare l’altro e ad interagire.
La comunicazione con gli altri si fa più profonda, più interessante e più facile. Dalla collaborazione e dal confronto, nella conferma di un sentire comune, emergono la diversità, le peculiarità espressive di ciascuno; qualità che vanno ad arricchire il bagaglio tecnico e la consapevolezza del gruppo

Ilia Meneghin


Il racconto di un bel viaggio fatto a Pasqua
A’Dam Bagnata A’Dam Fortunata

A Pasqua di quest’anno, con uno splendido gruppo di cultori d’arte e appassionati di viaggi, abbiamo coraggiosamente dato il via al nuovo “programma viaggi”. Dico coraggiosamente perchè nonostante l’inclemenza del maltempo, fatto di pioggia e vento, non ci siamo persi d’animo e ci siamo goduti sei giorni di vacanze pasquali in simpatica compagnia, esplorando le vie di Amsterdam, lasciandoci catturare dal fascino delle case, dei canali, dei caffé, dei ponti, delle piazze, ammirando con calma e grande piacere le opere esposte nei famosi e ricchi musei, sotto la preziosa guida di Domenico Trevisan e Toni Vedù.
“Paese che vai, usanza che trovi”, e allora abbiamo imparato ed apprezzato molti aspetti di questa città del nord, dalla gentilezza dei suoi abitanti, ai tram variopinti, alla frequenza e velocità delle biciclette, alle facciate inclinate delle case, alla cura per le abitazioni, alla comodità del nostro bell’hotel in pieno centro città, silenzioso e confortevole proprio come uno sogna di trovare... ed infine perchè non lasciarci tentare anche noi dalle molte cucine straniere che contribuiscono a caratterizzare questa città aperta alle molte possibilità?! Quindi, incitati dal “Grande Capo” Gianni, veramente una buona forchetta, dopo le meraviglie e le fatiche di ogni giornata, tutti in compagnia a banchettare al ristorante indonesiano, spagnolo, indiano ed ovviamente olandese (ottima la zuppa di piselli: lo hanno detto tutti!).
E, l’ultimo giorno, durante il viaggio di ritorno, comodo e veloce, ognuno portava via , dentro di sè, un’immagine, un ricordo, una battuta e, inoltre, la soddisfazione di conoscere una nuova città, di essere in grado di girarla autonomamente, per poterci magari ritornare ad approfondire quello che più ha appassionato o semplicemente quando la nostalgia si farà sentire.
Intanto, a casa, ognuno ha ritrovato un bel ricordo di questi giorni trascorsi assieme, la cartolina dipinta ad acquerello da Toni Vedù e spedita con le firme di tutti. Ora, il pensiero ed il desiderio corrono avanti nel tempo, al prossimo appuntamento, alla metropoli più fotografata e più famosa nel mondo. New York City ci fa già sognare.

Franca Pretto


La Voce di Jonathan Hart Makwaia
incanta come una magia

Sala Ossidiana: ambiente accogliente, acustica perfetta. La voce che dialoga, discute, litiga o accarezza il pianoforte; lo accompagna. Un pubblico attento che non perde un respiro, un suono, una nota, catturato da un personaggio sensibile ed incisivo. Jonathan Hart Makwaia, come un incantatore, dalle molteplici risorse vocali e musicali, sembra prendere ciascuno per mano ed accompagnarlo passo dopo passo lungo le vie tracciate dalla sua voce, lasciando in ognuno la convinzione o il dubbio di poterlo anch’egli seguire attraverso le innumerevoli possibilità della propria voce.
Emozione, stupore, commozione, sconcerto, sottile divertimento si possono percepire nell’aria, tra la gente che ascolta e guarda, che si lascia attraversare da musiche e suoni inconsueti, strani, che evocano luoghi e personaggi, a volte difficili da capire, eppure tanto vicini alla bellezza ed alla bestialità che convivono nascoste nel profondo di ciascuno. Forse, dopo questo concerto speciale, ognuno ha provato dentro di sè il desiderio, l’impulso a sperimentare in prima persona questo uso della voce tanto ricco di espressioni e di vita.
Riconoscere l’unicità della propria voce, il potere del suono cantato, sviluppare una propria identità vocale, lasciare correre la propria immaginazione all’interno della voce e nella relazione tra questa e la musica. Si può fare: è quello che Jonathan Hart Makwaia ci ha dimostrato.

Gianni Gastaldon


Con lo stretching mi sento un gatto

Nella mia vita sono attiva e dinamica, ma devo stare troppo tempo seduta a causa del mio lavoro, per cui ho sempre fatto attività fisica di vario genere. Ma, stanca di sudare, saltare, stressata dai ritmi incalzanti che non ti lasciano ascoltare il tuo corpo, annoiata ed avvilita nel sentirmi un automa, ho sempre continuato a cercare un’attività fisica adatta a me. E quest’anno finalmente sono approdata alla Ginnastica di Ossidiana ed ho incontrato lo Stretching.
E’ diventato la mia passione. Perchè mi piace? Non è solo il fatto dell’allungamento muscolare. Questa attività è serena, rilassante, non competitiva. Ha un fascino sottile che consiste innanzitutto nella presa di coscienza delle tensioni muscolari, che vanno allentate attraverso un movimento regolare e attento. E’ una tecnica che ti aiuta ad evitare le rigidità del corpo, che ti fa sentire bene e dà la libertà e la gioia di essere se stessi. Avete mai avuto un gatto? Guardatelo mentre si allunga istintivamente e si stende. Lo fa senza mai eccedere, mettendo a punto i muscoli che utilizza. E poi via, da un albero all’altro, sui tetti, sulla rete del giardino...leggero, agilissimo, non si fa mai male. Ecco, facendo stretching, mi sento gatto!
Etta Calvi