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L'intervista
a
Enrico Bonavera
Trovare il giusto equilibrio tra verità ed artificio,
tra emozione e tecnica, attraverso il divertimento

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Enrico Bonavera svolge da più di due decenni la sua attività di attore di prosa. Al Piccolo Teatro di Milano, già dal 1987 al 1990 e successivamente dal 2000 ad oggi, è intreprete dei ruoli di Brighella ed Arlecchino nel grande “Servitore di due padroni” per la regia di Giorgio Strehler. Ha lavorato anche con altri Teatri Stabili, Compagnie private e Cooperative. Da quest’anno dedica competenze, esperienza e passione anche a Ossidiana, iniziando con un seminario sulle tecniche del gioco improvvisativo e le strategie drammaturgiche.

Come è nata e come si è sviluppata la tua passione per il teatro?
E per la Commedia dell’Arte?

Mio nonno (mantovano ma trasferito a Genova) scriveva commedie in lingua ed in dialetto. I miei prozii erano attori filodrammatici. Quando al Liceo mi hanno proposto di recitare mi è sembrato strano, visto che volevo fare il paleontologo, ma naturale. A parte il fatto che a nove anni scrivevo commedie per Arlecchino e Pantalone (!), quando ho cominciato a fare seriamente teatro amavo Brecht, mi appassionava Dario Fo, ma sognavo di formare un gruppo come il Living Theatre, o Grotowsky e Eugenio Barba (sperimentale insomma).
Poi un amico attore, per “tirare su un po’ di lira…” mi ha proposto uno spettacolo/didattico per le scuole nel quale io dovevo appunto fare Arlecchino. Non ero molto convinto ma mi divertivo. Poi è arrivata la maschera di Amleto Sartori e… ci sono cascato dentro. A quanto pare ci sono ancora adesso.

Cosa ti piace dell’insegnamento? Che cosa vuoi dare ai tuoi allievi, cosa ti prefiggi, che obiettivi?
La “gratuità”. E’ una sfida sensazionale aiutare un allievo a scoprire aspetti del teatro e di sé che prima non conosceva. Ed è un‘occasione di sempre nuove scoperte e di studio. Gli obbiettivi cambiano a seconda del livello degli allievi e del tempo di lavoro insieme. In generale auspico un progresso nella consapevolezza di sé. Mi piace l’idea di lasciare domande e stimoli per la continuazione di un’indagine personale.

Come procedi nei tuoi corsi? Che metodo usi?
Il metodo si adatta al livello degli allievi e al tipo di progetto. Mi piace l’idea di un percorso di cui sono la guida. E’ come condurre un’escursione. E’ per questo che mi prefiggo un “tavolo” di lavoro preciso, come è un canovaccio. Credo che questo sia motivante sia per me sia per gli allievi. E anche molto divertente. Diciamo che mi piace trasmettere strumenti, ma ancor più creare occasioni al loro uso.

Nel percorso formativo di un attore quanto è importante lo studio e la pratica della Commedia dell’Arte?
Per esperienza la Commedia dell’Arte è pericolosa nei primi anni di formazione professionale: la preoccupazione formale, l’attenzione per il “meccanismo comico”,

 

rischiano di rendere l’allievo un po’ superficiale ed esteriore. E’ invece un’ottima scuola per addestrare l’allievo al gioco comico, alla “meccanica” del teatro. Normalmente utilizzo le tecniche tratte dalla Commedia dell’Arte, al secondo anno di una scuola (ma senza affrontare le maschere tradizionali). Al contrario è molto utile agli attori “filodrammatici’’. Dà loro precisione, strumenti di mestiere, regole di microdrammaturgia attraverso il divertimento.

In cosa ti può aiutare l’uso della maschera?
Da un lato a scoprire la propria gamma espressiva, dall’altro a dare fisicità alle battute e alle relative intenzioni, a essere consapevole del tempo/ritmo di una scena.

La voce, il corpo, l’emozione, la parola, la capacità di relazionarsi con i compagni di scena e con il pubblico... in tutto questo quanto importante è la preparazione tecnica?
Da buon genovese… la tecnica è la barca che ti permette di attraversare il mare e di incontrare persone, porti, città, ma l’emozionalità e la capacità di relazionarti sono il mare su cui navighi. La difficoltà è trovare il giusto equilibrio. Costruire un transatlantico per poi metterlo a navigare su un lago mi pare piuttosto sciocco (anche se succede spesso).

Ho visto poco tempo fa “Arlecchino servitore di due padroni” per la regia di Giorgio Strehler e sono rimasto affascinato dall’altissima componente di tempo-ritmo nelle battute e nelle “coreografie”. Che tipo di training deve fare un attore per arrivare a questo?
Beh… fare un corso con me… A parte gli scherzi credo che il lavoro con la maschera, se ben seguito da un trainer che abbia il senso del giusto equilibrio tra verità e artificio, serva proprio a questo.
D’altronde devo dire che la formazione dell’attore nel teatro contemporaneo si fonda più su un repertorio drammatico che di commedia. L’arte della commedia – più ancora che la Commedia dell’Arte – è davvero un genere in estinzione (e non mi riferisco alla farsa o al cabaret).

In genere cosa dà soddisfazione agli allievi?
Occorre chiederlo a loro… normalmente il piacere dell’ apprendimento, ma anche la scoperta di quanto il te-atro sia un gioco, di cui occorre conoscere bene le regole per potere nello stesso tempo divertire e divertirsi.

E a te come docente?
Che gli allievi non siano appagati del tutto, ma restino, come dicono i cinesi, con ancora appetito a fine pranzo.

A cura di Gianni Gastaldon


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